domenica 22 luglio 2012
La lettera di Scarpinato: “Caro Paolo, tempo scaduto per i sepolcri imbiancati”
giovedì 29 dicembre 2011
Portella della ginestra - I mandanti della STRAGE
(NEL NUMERO 51 DEL 18 DICEMBRE, A PAGINA 48,49 E 50)
di Pietro Scaglione - 22 dicembre 2011
sabato 19 settembre 2009
?Coppia diabolica?

Sab. 19.09.2009 - Dal sito di Pietro Orsatti (18.09.2009 - Pubblicato su Left/Avvenimenti).
<< Non è ancora un clima da resa dei conti ma poco ci manca. Dopo una settimana di polemiche durissime, e l’attacco dei giornali legati al premier nei confronti della Procura di Palermo e in particolare dei due pm Ingroia e Scarpinato rei di aver partecipato, senza intervenire, alla presentazione del quotidiano Il Fatto, l’attività è ricominciata come da calendario. Ma l’atmosfera non è certo quella che ci si aspetterebbe dopo le ferie estive. L’attacco di Berlusconi alle procure e in particolare a Palermo, un attacco preventivo visto che nel palazzo di giustizia del capoluogo siciliano non c’è alcun fascicolo che riguardi il presidente del Consiglio associandolo direttamente alla vicenda delle stragi del ’92 e del ’93, ha scosso ovviamente l’ambiente ma a dire il vero non ha stupito più di tanto. Perché qualcosa doveva accadere vista la complessità e l’importanza di due processi attualmente in corso. Quello di secondo grado a Marcello Dell’Utri e quello al generale Mario Mori. xxx
xxxLe dichiarazioni di Massimo Ciancimino e del pentito Gaspare Spatuzza in relazione alle stragi sono di competenza della procura di Caltanissetta. Nel primo giorno dopo le ferie, il procuratore aggiunto di Palermo Ingroia ricorda che il pentito di mafia Gaspare Spatuzza negli ultimi tempi sta facendo nuove rivelazioni «sull’uccisione di padre Pino Puglisi e altri fatti di sangue, ma tutto quello che dice dei fatti stragisti non è di nostra competenza, come ha detto il procuratore di Palermo nei giorni scorsi». E poi, intervenendo sull’attualità della macchina della giustizia, smonta l’accusa di “archeologia giudiziaria” che gli è stata rivolta. «Benché ci siano state, da parte del governo, assunzioni di impegni, basti pensare all’inasprimento del carcere duro, non penso che si possa negare che i tagli di bilancio del comparto giustizia e sicurezza non abbiano aiutato la lotta alla mafia – ha spiegato, infatti, il procuratore aggiunto -. Polizia e carabinieri, così come i magistrati non hanno i mezzi e gli strumenti all’altezza della sfida. È vero che ci sono stati molti successi e sono stati inferti colpi durissimi a Cosa nostra, ma la mafia non è ancora in ginocchio». Tutt’altro tema, tutt’altra inchiesta, quindi. E allora perché l’attacco? È nei corridoi della procura dove si ipotizza che si stia assistendo a una sorta di ricatto di Dell’Utri nei confronti di Berlusconi. Il senatore del Pdl già condannato in primo grado a nove anni per associazione esterna è in difficoltà, ha paura che l’appello vada male, e questo sarebbe il suo modo di ricompattare gli amici più potenti.
Tutto qui? Non tanto. Perché la situazione è molto più complessa. Perché sia Ciancimino che Spatuzza parlano anche di altro, raccontano della “trattativa” fra pezzi dello Stato e Cosa nostra a cavallo delle stragi e poi anche del potente ex capo di Publitalia (ne avrebbe parlato Ciancimino a più riprese) Marcello Dell’Utri. E poi ci sarebbe anche la “ricomparsa” di una relazione della Dia del 1999 che parla di legami tra imprenditori mafiosi e un’azienda (la Co.Ge costruzioni) in cui compaiono due soci, Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, e Giorgio Mori, fratello di quel generale Mori ex capo del Ros e poi del Sisde e oggi a capo dell’ufficio sicurezza del Comune di Roma. Questo documento della Dia ritorna oggi di attualità come il procedimento contenitore “Sistemi criminali” archiviato in passato dai pm Ingroia e Roberto Scarpinato sugli intrecci fra affari, criminalità e massoneria. E poi si parla, e tanto, di Bernardo Provenzano, e quello che starebbe emergendo dalle dichiarazioni è tutt’altro che una mera operazione “di archeologia”, perché, secondo una delle ipotesi di indagini (questa sì anche a Palermo) e delle dichiarazioni del figlio dell’ex sindaco del “sacco” di Palermo, la “trattativa” avrebbe avuto inizio ben prima del ’92, almeno dall’anno precedente, e protagonista della vicenda non sarebbe stato Totò Riina, estensore del famoso “papello”, ma Binnu Provenzano. E ci sarebbe di più. Lo stesso Ciancimino avrebbe fatto capire che anche Marcello Dell’Utri sarebbe stato quanto meno a conoscenza di questa trattativa, una sorta di pax di affari, una exit strategy dalla fase stragista condotta dall’ala armata di Cosa nostra guidata da Riina e Bagarella.
Si rischia di fare scenari fantascientifici o di cadere in qualche trappola cercando di mettere insieme tutti questi frammenti. Di certo c’è che Ciancimino parla e che Spatuzza svela uno scenario, quello militare di Cosa nostra agli inizi degli anni 90, che rimette in discussione tutto l’insieme delle verità processuali acquisite finora. E si apre anche un quadro inquietante non solo sugli intrecci che erano dietro le stragi e la trattativa, sulle presunte deviazioni di alcuni apparati dello Stato, ma anche sulla fretta di ottenere subito risultati dopo che il tritolo aveva ucciso Falcone e Borsellino. Anche di questo Spatuzza parlerebbe. E anche nella polizia giudiziaria il nervosismo si fa evidente. «Qui di cose ne sono successe dopo le stragi – si lascia andare un funzionario -. Le faccio una domanda: lei quante azioni da parte del nucleo investigativo dei Carabinieri e dei Ros ha visto nei confronti di Provenzano dopo la mancata cattura ai tempi del colonnello Riccio? Io francamente non me ne ricordo una». Si parla della testimonianza, e della morte, di un collaboratore, Luigi Ilardo, vice del capo mafia di Caltanissetta “Piddu” Madonia che nel 1995 era in grado di far catturare a Mezzojuso Bernardo Provenzano nel corso di un summit di capi mafia, ma che (questa l’accusa del processo a parte dei Ros siciliani dell’epoca) per un inspiegabile non intervento degli uomini del generale Mario Mori non andò in porto. Dopo più di un decennio il malumore e le tante perplessità su come vennero condotte le indagini negli anni successivi alle stragi oggi riemergono prepotentemente. E il disagio poi si amplifica, soprattutto all’interno della polizia di Stato, a causa dei tagli economici, delle sempre minori risorse anche sul piano formativo.
«Se parliamo dei processi finiamo in politica, se parliamo di politica finiamo nei processi», si lascia sfuggire uno degli investigatori. Sono tutti “abbottonati” in questi giorni a Palermo. La chiusura dell’appello a Dell’Utri da un lato, il processo Mori dall’altro. E poi le nuove dichiarazioni di Ciancimino sui “piccioli” e sulle “collaborazioni” fra boss e pezzi dello Stato. E ancora l’ombra dei servizi e della massoneria e i tanti affari che, dopo un breve periodo di rallentamento successivo alle stragi, sarebbero ripresi come se nulla fosse successo. E poi l’attacco, che in molti si aspettavano, alle procure. Ma che ha stupito perché così specifico su Palermo. Come se qualcuno temesse che con l’arrivo di una condanna a Dell’Utri poi si andasse a una nuova e ancora più devastante stagione di rivelazioni. >> xxx
domenica 13 settembre 2009
Marcello Dell'Utri - ?Il compaesano?
<< Tra '93 e '94 il piano di una strage allo stadio Olimpico: così il pentito Spatuzza ne parla ai pm toscani - Il messaggio sarebbe arrivato da Graviano, boss indicato come vicino a Dell'Utri in alcune inchieste
"Il super-attentato ha l'ok del compaesano" Le carte di Firenze che turbano la politica
di ATTILIO BOLZONI
ROMA - Prima ha parlato dell'uccisione di Paolo Borsellino con i procuratori di Caltanissetta, poi ha continuato a parlare con i procuratori di Firenze sulle stragi mafiose in Continente del 1993. E Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio, soprannominato "U' tignusu" per le sue calvizie, ha cominciato dalla fine. Ha cominciato dal fallito attentato all'Olimpico, da quel massacro che nei piani di Cosa Nostra corleonese sarebbe dovuto avvenire una domenica pomeriggio allo stadio "per ammazzare almeno 100 carabinieri" del servizio d'ordine. xxx
Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un'auto - una Lancia Thema - con dentro 120 chili di esplosivo. Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: "Giuseppe Graviano mi disse che per quell'attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano".
Le indagini riaperte sui massacri di diciassette anni fa sono disseminate di indizi che stanno portando gli investigatori a riesaminare uno scenario già esplorato in passato, ipotesi che girano intorno agli ambienti imprenditoriali milanesi frequentati dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Palermo più volte citati - in inchieste e anche in sentenze - come vicini al senatore Marcello Dell'Utri. E' a Firenze che hanno dato a Gaspare Spatuzza lo status di pentito (è entrato nel programma di protezione su richiesta della procura toscana), è a Firenze che il mafioso di Brancaccio sta svelando tante cose su quella stagione di "instabilità" mafiose a cavallo fra il 1992 e il 1994.
Rapinatore e poi sicario - è uno dei killer di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Palermo nel settembre 1993 - capo del mandamento di Brancaccio, legatissimo ai Graviano, Gaspare Spatuzza dopo avere fornito una diversa ricostruzione della strage di via D'Amelio (autoaccusandosi e smentendo il pentito Vincenzo Scarantino che a sua volta si era autoaccusato dello stesso massacro), è stato ascoltato sulle bombe di Firenze e Roma e Milano, dieci morti e centosei feriti.
E poi anche sul fallito attentato all'Olimpico, quello che - se fosse avvenuto - sarebbe stato uno degli ultimi atti della strategia mafiosa nell'attacco contro lo Stato. La "comprensione" del fallito attentato dell'Olimpico potrebbe, a questo punto, diventare la chiave per entrare in tutti i misteri delle stragi.
Inizialmente le ricostruzioni poliziesche avevano fatto risalire il progetto dell'attentato nel periodo ottobre-novembre 1993, poi il pentito Salvatore Grigoli aveva indicato una data precisa (domenica 31 ottobre, la partita era Lazio-Udinese), poi ancora un altro pentito - Antonio Scarano - aveva spostato di qualche mese il giorno della strage: 6 febbraio 1994, ventiduesima giornata di campionato, all'Olimpico l'incontro Roma-Milan. Gaspare Spatuzza racconta adesso alcuni restroscena cominciando con quella frase sulla "copertura politica".
Dichiarazione che va ad aggiungersi a quelle precedenti scivolate nell'inchiesta sui "mandanti esterni" per le bombe in Continente, prima fra tutte quella di Nino Giuffrè, il capomandamento di Caccamo. Spiegava Giuffrè ai giudici di Firenze: "L'attentato dell'Olimpico doveva essere un messaggio mandato in alto loco... Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Leoluca Bagarella contro i carabinieri, magari perché gli avevano arrestato il cognato Totò Riina, o perché mirava ad altri discorsi, ad eventuali contatti che poi ci sono stati fra i carabinieri e parti di Cosa Nostra".
Ma Antonino Giuffrè, più che della seconda ipotesi era convinto della prima. E spiegava ancora che - in quel periodo - dentro Cosa Nostra era già stato impartito l'ordine "di appoggiare la nuova formazione politica che era Forza Italia", che Cosa Nostra non avrebbe mai più continuato con le stragi, che "se ci fosse stato l'attentato dello stadio Olimpico a Bagarella gli avrebbero senza dubbio staccato la testa: sarebbe morto".
Le indagini di Firenze si incrociano con quelle della procura di Caltanissetta su Capaci e su via D'Amelio, con quelle di Palermo sulla famosa "trattativa" fra i Corleonesi e apparati dello Stato e infine quelle di Milano sugli investimenti in Lombardia dei fratelli Graviano. Dallo sviluppo di tutte questi filoni fra qualche mese affiorerà probabilmente qualcosa di più concreto, di più chiaro. Al momento sono soltanto "spunti investigativi", sono tracce. >>
?Non sarà che "la lingua batte dove il dente duole"?
Silvio Berlusconi, 08.09.2009: "E' una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del '92, del '93, del '94" - "quello che mi fa male e' che gente cosi', con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese''.
Ed è un dente che duole da molto - Da "la Repubblica" del 24.09.1997, c'è di mezzo anche la BICAMERALE, DI DALEMIANA MEMORIA, a proposito, Grazie Massimo (!!):
<< BERLUSCONI: LE PROCURE MANOVRANO CONTRO DI ME - ROMA - I pentiti, pericolosi serial killer senza remore e senza coscienza, pagati dallo Stato, manovrati da giudici faziosi. Previti, un "avvocato con studio in Roma", probabile vittima di una grande montatura. Mai così netto, Berlusconi, nel dare la linea. Mai così chiaro nel chiamare killer i carnefici e vittime gli amici. "Scusa, Maurizio, vorrei tornare un momento sulla questione dei pentiti", dice. Interrompe Costanzo, che dopo un quarto d' ora a parlare di giustizia sulle poltroncine rosse del teatro Parioli aveva pensato: andiamo oltre, e gli chiedeva di politica, di Cossiga e del Centro. Invece: è il giorno di Palermo, questo, e della grande paura dell' assalto delle Procure, della denuncia del "clima intollerabile" in nome del quale non si può proseguire sulla via delle riforme. Ma lei pensa che il Pds abbia un ruolo a creare questo clima?, gli chiedono fuori dal teatro, e lui: "Mi piacerebbe poter rispondere di no". Non riesce a rispondere di no, tuttavia, riesce solo a premettere: "Io sono tranquillo, ho un' interna sicurezza e nervi d' acciaio, dopo 40 anni di lavoro, ma sapeste che fatica...". Non ho paura, io. Sono calmo, nonostante "la gravità della situazione sia sotto gli occhi di tutti". E così, via con l' attacco ai pentiti, "ma ristabiliamo l' ordine: non sono io che attacco i giudici, io che attacco i pentiti: sono loro che attaccano me". Poi, in francese: "Che animale cattivo, quando lo attaccano si difende... Serve una nuova legge, bisogna fermare i pentiti a gettone, è chiaro". Così come è chiaro che fra i tre punti "strutturali" che Berlusconi chiede siano trattati in Bicamerale - federalismo, sussidiarietà (cioè meno Stato più privato), giustizia - è l' ultimo che gli sta davvero a cuore quando dice: "Ora D' Alema deve passare dalle parole ai fatti e dimostrare in concreto che è un liberale, un garantista", o quando annuncia: "D' ora in avanti mi occuperò di giustizia con più frequenza e in maniera più precisa". Con più frequenza, promette. Solo se sarà possibile discutere e trattare su questi punti la Bicamerale, "che io per primo ho voluto e sostenuto", potrà proseguire nella scrittura delle riforme ed avere un consenso che non sia solo "una maggioranza risicata, perchè non è così che si riscrive la Costituzione". Da cui si evince che, per ora, la minaccia non è quella di abbandonare la Bicamerale alla maniera leghista, ma di fare ostruzionismo, opposizione, votare contro. Palermo, dunque. I pentiti-killer. "Non cambio una virgola di quello che ho detto. Al di là del singolo episodio (il caso Puglisi, ndr) i nostri candidati a Palermo rinunciano perchè hanno paura di fare la fine di Berlusconi. Noi gli proponiamo di candidarsi, loro parlano coi loro avvocati, coi dirigenti delle loro aziende, coi consulenti fiscali poi dicono non ce la sentiamo, grazie, non vorremmo essere perseguitati dalle Procure o dalla Guardia di finanza. Avremo un candidato, alla fine, e sarà uno di noi molto autorevole, ma è pazzesco quello che sta succedendo, io non auguro a nessuno quello che è successo a me". Un castello di accuse, dice, costruite dai giudici sulla base delle parole dei pentiti. I giudici, "che non sono uomini sacri ma impiegati dello Stato che hanno vinto un concorso, e c' è un gruppo di loro, una lobby, che ha preso il potere, costruisce le accuse sulla base di teoremi non provati e poi attraverso i media amici, incrimina incrimina qualcosa resterà". I pentiti, "serial killer senza remore, uomini che hanno ucciso 50, 100 volte non sanno neanche loro quante e non possono essere pentiti perchè ci vorrebbe una coscienza che loro non hanno, per pentirsi. Si pentono per opportunità, perchè ottengono protezione e soldi dallo Stato, ce ne sono alcuni che hanno avuto due o tre miliardi di premio, soldi nostri, ma vi rendete conto che questo è persino un incentivo a delinquere, per i giovani. E' vantaggiosissimo: rubi uccidi fai strage ti fai ricco poi se ti prendono ti penti subito, ti lasciano tutti i tuoi beni ti proteggono e proteggono la tua famiglia, ti danno soldi e premi. Cosa ha da perdere, un pentito, e come ci si difende da lui? Se non fosse tragico sarebbe ridicolo: ci sono uomini, gli stessi, che sono giudicati credibili da una Procura e inaffidabili da un' altra. Siccome si tratta di giustizia politica, è credibile il pentito che parla contro Andreotti ma non lo è più se parla d' altri". Una vera filippica, in effetti, che si chiude così: "I pm, ai pentiti, fanno dire quello che vogliono. E' un meccanismo sottile, ma chiaro. Il pentito sa benissimo quello che quel giudice amerebbe sentirsi dire: 'E poi ho visto anche..., c' era pure..., ho appreso da altri che...' . Facendolo, dicendolo ottiene la benevolenza del magistrato, il suo favore, qualche possibilità in più di ottenere benefici. Allora io dico: facciamo come in America, come in altri paesi. Diamo un termine ai pentiti per parlare: sette giorni dall' arresto, dieci. Ma non possono stare lì anni, ed essere usati a gettone, come un juke box". Detto questo, basta un passaggio su Previti: "Un avvocato con studio in Roma, di cui Fininvest rappresentava il 20 per cento della clientela. Non voglio assumere la sua difesa, ma leggendo le carte ho pensato: è possibile che sia una grande montatura, che si voglia creare il mostro. E' un povero paese quello in cui i processi si fanno in tv o sui giornali". In coda, due parole di politica. Un invito a Cossiga, "che metta la sua esperienza politica al servizio dei moderati, perchè un polino del 4 per cento che galleggia fuori dagli schieramenti fa il gioco delle sinistre". E se il Ccd uscisse dal Polo? Silenzio. "Meglio che non risponda, a questa. Me ne vengono in mente tre di risposte, una peggio dell' altra". - Concita Di Gregorio >> xxx
giovedì 30 luglio 2009
Stragi del 1992/'93 - << I MANDANTI IMPUNITI >> - Palermo 18/07/2009
Gio. 30.07.2009 - Da "Antimafia Duemila", 15 filmati del convegno "I Mandanti Impuniti" (Palermo, 18/07/2009), le stragi di Falcone e Borsellino, le stragi del 1992/'93.
1/15 - Rita Borsellino
[continua] xxx
2/15 - Bongiovanni
3/15 - Bongiovanni + Ingroia 1
4/15 - Ingroia 2
5/15 - Ingroia 3
6/15 - Ingroia 4 + S. Borsellino 1
7/15 - S. Borsellino 2
8/15 - S. Borsellino 3
9/15 - S. Borsellino 4 + De Magistris 1
10/15 - De Magistris 2
11/15 - De Magistris 3
12/15 - Lumia 1
13/15 - Lumia 2
14/15 - Lumia 3
15/15 - Bongiovanni + S. Borsellino
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domenica 26 luglio 2009
Sabella: ''Patto mafia-Stato? potevamo scoprire tutto 10 anni fa''
<< di Nicola Biondo - 25 luglio 2009
Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi... Io ne sono stato una delle vittime». Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale. Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso». xxx
Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà hanno creato un tappo alle indagini».
Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».
Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».
E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina, dai colloqui che Ciancimino intratteneva, aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».
Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».
Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».
Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino, ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».
Poi però Riina finisce nella rete.
«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra - e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».
È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».
Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»
Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».
Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».
E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».
Di cosa si tratta?
«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».
Chi e quando la propone?
«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».
E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è Salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».
In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto.... Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.
Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?
«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».
Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?
«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto». >> xxx
venerdì 1 maggio 2009
W il 1° maggio, festa dei Lavoratori

Renato Guttuso, Portella della Ginestra, 1953, olio su carta intelata
Ven. 01.05.2009 - Non dimentichiamo la strage di Portella Della Ginestra, 01.05.1947 - Link di rinvio: 1 - 2 xxx
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