Dal Blog "19 luglio 1992", curato da Salvatore Borsellino, uno scritto del dr. Felice Lima, magistrato.
Contro De Magistris accuse false e pretestuose
Scritto da Felice Lima
giovedì 05 giugno 2008 17:12
di Felice Lima
(magistrato)
1 – L’antefatto.
Il cosiddetto “caso De Magistris”, tradendo le aspettative di chi pensava che, come accaduto altre volte, si sarebbe potuta “liquidare la pratica” nella disattenzione generale, con un ingiusto marchio di infamia sul collega, è destinato a “lasciare il segno” dentro la magistratura e fuori, perché ha fatto emergere in maniera clamorosa alcune inaccettabili contraddizioni che minano, ormai sembra irreversibilmente, la credibilità dell’autogoverno della magistratura, sia sotto il profilo istituzionale (C.S.M.) che sotto quello associativo (A.N.M.).
Per comprendere cosa è accaduto, occorre partire dalla situazione della Calabria, meravigliosa regione del meridione afflitta da un grave ritardo di sviluppo, da una gravissima crisi di legalità e (in rapporto di effetto e causa) da una giustizia decisamente – e purtroppo volutamente – inefficiente, nonostante l’impegno di tanti magistrati che si spendono con coraggio e senza risparmio.xxx
La misura del problema è data dal dato statistico che emerge dall’ultimo libro di Piercamillo Davigo (“La corruzione in Italia, percezione sociale e controllo penale”), secondo il quale le condanne definitive per concussione intervenute nel distretto della Corte di Appello di Reggio Calabria tra il 1983 e il 2002 (ben 19 anni!!) sono UNA e quelle per corruzione sono DUE!
In pratica, o a Reggio Calabria non c’è la corruzione (!?) o la magistratura non la vede.
In questo contesto è arrivato un onesto magistrato napoletano (Luigi De Magistris, appunto), che si è messo a lavorare e ha avviato diverse inchieste per fatti molto gravi che coinvolgono magistrati, politici e imprenditori.
Come ho già detto, questo magistrato non è certamente l’unico che si è impegnato con coraggio e generosità in Calabria, sicché la sua storia non deve essere utilizzata per delegittimare indiscriminatamente tutti i magistrati calabresi. Ma resta una storia emblematica, sicché neppure i magistrati calabresi per bene devono negare (come alcuni hanno fatto) l’evidenza dei fatti che da essa emergono.
All’avvio delle indagini di De Magistris, immediatamente un gruppo eterogeneo ma molto coeso di persone “controinteressate” alle stesse (magistrati, politici, imprenditori) si è adoperato in ogni modo per fermare il collega e alcuni hanno chiesto a gran voce pubblicamente alla Procura Generale della Cassazione e al C.S.M. di fermare il magistrato, punirlo e cacciarlo.
E la cosa è già in sé molto preoccupante, perché sviluppa ulteriormente la prassi eversiva dell’ordine democratico per la quale nel nostro Paese le persone a vario titolo “potenti” non si difendono “nel” processo, ma “dal” processo.
Ordinariamente, le inchieste finiscono o con una archiviazione o con un rinvio a giudizio (e in questo secondo caso i rinviati a giudizio hanno modo di difendersi nel processo). Le inchieste di De Magistris hanno avuto un terzo tipo di esito: sono state fermate o “dirottate”.
E in questo senso è andata – nei fatti e indipendentemente dalle intenzioni che li muovevano – l’attività di tanti, che, ciascuno per quanto di competenza, hanno concretamente ostacolato le indagini. E, altra cosa di notevole rilievo, molti di costoro sono magistrati!
Ci sono state così (fra l’altro e non solo):
1. fughe di notizie;
2. campagne di stampa denigratorie e diffamatorie contro il magistrato inquirente;
3. interpellanze parlamentari a decine;
4. ispezioni ministeriali numerose e pluriennali;
5. una revoca di assegnazione da parte del Procuratore Capo;
6. una avocazione definita pubblicamente da un autorevole collega “impensabile”, priva di fondamento giuridico e attuata con modalità che preoccupano non poco.
2 – Le ispezioni “atipiche”.
Delle ispezioni ministeriali va detto che esse sono state numerose e reiterate, sono durate tre anni, sono cominciate nel gennaio del 2005 su impulso del ministro Castelli e sono proseguite, in perfetto stile, come va di moda dire, bipartisan, con il ministro Mastella, finito, poi, anch’egli fra gli indagati e, dunque, “controinteressato” alle indagini.
E tutto ciò qualifica palesemente come molto discutibili quelle “ispezioni”.
Le ispezioni ministeriali, infatti, dovrebbero servire a verificare la sussistenza o meno di irregolarità specifiche in ipotesi commesse dal magistrato “ispezionato”. Ma è di tutta evidenza che, se hai un fatto specifico da accertare, vai, lo accerti e torni a Roma.
Ispettori che stanno tre anni a “ispezionare” un ufficio di Procura non sono andati lì a verificare un’ipotesi specifica, ma a cercare esplorativamente “qualcosa” o meglio “qualsiasi cosa”.
Ispezioni che durano tre anni sono palesemente finalizzate ad altro rispetto a ciò a cui dovrebbero servire per legge e, in ogni caso, foss’anche eventualmente al di là delle intenzioni, finiscono con il costituire una pesante interferenza nell’attività di indagine, della quale, per di più, finiscono con il violare la segretezza, cosa tanto più grave se si considera che da ultimo, il titolare del potere ispettivo era anche uno degli indagati dal magistrato ispezionato.
Non poco disagio, peraltro, ha creato il fatto che ispezioni tanto peculiari siano state difese – nel corso della trasmissione Annozero del 4 ottobre 2007 – proprio da un magistrato, allora sottosegretario e oggi Ministro della Giustizia, con argomenti davvero imbarazzati e imbarazzanti, arrivando a evocare male (citando fatti non veri), contro De Magistris, la memoria di Paolo Borsellino (dei preoccupanti rapporti fra magistratura e politica dirò ancora più avanti).
Alla fine di tutto questo, la Procura Generale della Cassazione e il Consiglio Superiore della Magistratura hanno fatto, nella sostanza, ciò che veniva loro chiesto dai “controinteressati alle indagini”.
La Procura Generale ha formulato contro Luigi De Magistris moltissime incolpazioni disciplinari e il C.S.M. lo ha condannato e trasferito all’esito di un processo lampo durato un mese (iniziato con la notifica dell’incolpazione a metà dicembre del 2007 e finito con la pronuncia della sentenza il 18 gennaio 2008).
Va aggiunto anche che la Procura Generale ha formulato a carico di De Magistris molte incolpazioni dichiarate infondate dallo stesso C.S.M. e qualcuna addirittura nulla, per la palese indeterminatezza degli addebiti (penso a quelle contraddistinte nella sentenza con le lettere “I” ed “M”), con un accanimento che sarebbe stato giudicato certamente in maniera molto negativa se posto in essere da un altro pubblico ministero nei confronti di un qualunque indagato.
Così stando le cose, la sentenza della Sezione Disciplinare è l’elemento di discrimine di tutta la storia.
Perché se quella sentenza fosse, non dico condivisibile, ma almeno difendibile, allora si potrebbe ipotizzare che la coincidenza fra desideri dei “controinteressati alle indagini” e azione della Procura Generale e del C.S.M. sia stata puramente casuale.
Ma se la sentenza fosse tecnicamente non difendibile, allora le conclusioni da trarre sarebbero altre e molto gravi.
Perché bisognerebbe prendere atto che la Procura Generale e il C.S.M., anziché difendere l’indipendenza dei magistrati e l’imparzialità della giurisdizione, avrebbero finito nei fatti per danneggiarle gravemente.
Il numero e la complessità dei capi di incolpazione ne impedisce un’analisi completa e approfondita in questa sede.
Ne proporrò, quindi, una sintetica e limitata ai capi più significativi, rinviando per ulteriori approfondimenti (perché le ragioni tecniche di critica della sentenza sono davvero molte di più di quelle che in sintesi esporrò qui) al blog “Uguale per Tutti” (www.toghe.blogspot.com), che curo con alcuni colleghi, dove abbiamo pubblicato l’intera motivazione della sentenza, l’atto di incolpazione, la memoria difensiva di Luigi De Magistris e diverse analisi tecniche approfondite dei singoli capi della sentenza (segnalo, fra gli altri, per pregio tecnico e profondità di analisi, gli scritti del collega Nicola Saracino).
Da quegli scritti emerge non solo che la sentenza è tecnicamente ben poco convincente, ma che molti passaggi della motivazione (penso, fra gli altri, a quelli relativi al capo “E” di incolpazione) appaiono pretestuosi e tali da provocare la sensazione che il giudice, più che chiedersi “se” condannare o no De Magistris, possa essersi impegnato a cercare solo “come” condannarlo.
3 – Il G.I.P. che non convalida i fermi.
Venendo all’esame della sentenza, la parte di essa che desta più grande stupore è proprio quella relativa al capo “E” di incolpazione.
Il fatto si può riassumere dicendo che circa un anno prima Luigi De Magistris aveva inviato al G.I.P. di Catanzaro una corposa richiesta di misure cautelari nei confronti di numerosi presunti criminali per reati di estrema gravità.
Il G.I.P., pur dopo molti mesi, non aveva ancora neppure esaminato la richiesta.
A seguito di segnalazioni delle autorità di polizia che riferivano delle gravi conseguenze della mancata adozione delle misure cautelari vanamente richieste al G.I.P., Luigi De Magistris ha adottato un provvedimento di fermo di alcune decine di indagati e, nelle 48 ore previste dalla legge, ha chiesto la convalida dei fermi ai G.I.P. di diverse città (competenti alla convalida dei fermi sono, infatti, i G.I.P., dei luoghi nei quali i fermi vengono eseguiti).
TUTTI i G.I.P. destinatari della richiesta l’hanno accolta, convalidando i fermi e adottando le misure cautelari, tranne il G.I.P. di Catanzaro, che, invece, ha sostenuto che la mancanza nella richiesta delle parole testuali “chiedo la convalida dei fermi” dovesse intendersi nel senso che quella richiesta non c’era e non ha convalidato i fermi, nonostante Luigi De Magistris gli avesse pure inviato immediatamente una lettera per rendere esplicito (benché non ve ne fosse necessità) che scopo del suo atto era proprio anche la richiesta di convalida dei fermi.
Benché si stenti a crederlo, Luigi De Magistris è stato condannato perché nella sua richiesta di convalida e misure cautelari mancava la frase testuale “chiedo la convalida dei fermi”. E certo fa pensare che dopo tre anni di ispezioni in una regione dove l’illegalità è massicciamente presente, l’attenzione dei magistrati ispettori sia stata attirata proprio da una cosa del genere. Quando si dice “non sapere a cos’altro aggrapparsi”.
La Procura Generale fonda il capo d’accusa sull’art. 2 lett. g) del D.L.vo n. 109 del 2006. Ma secondo quella norma costituisce illecito disciplinare solo la “violazione di legge” che sia “grave” e “determinata da negligenza inescusabile”.
Nel caso di specie, mancano sia la “violazione di legge” che la “gravità” di essa che la “negligenza inescusabile”.
Non c’è la “violazione di legge” per due motivi.
Il primo è che è principio di diritto pacifico quello per il quale «nell’esercizio del potere di interpretazione e qualificazione della domanda il giudice di merito [in questo caso il G.I.P.], da un lato, non è condizionato dalle espressioni adoperate dalla parte, dall’altro, ha il potere-DOVERE di accertare e valutare il contenuto sostanziale della pretesa, quale desumibile non solo dal tenore letterale degli atti, ma anche dalla natura delle vicende rappresentate dalla parte e dalle precisazioni dalla medesima fornite nel corso del giudizio, nonché dal provvedimento concreto dalla stessa richiesto, con i soli limiti della corrispondenza tra chiesto e pronunciato e di non sostituire d’ufficio un’azione diversa da quella esercitata» (Cass. Sez. III Civ., 28 luglio 2005, n. 15802, e moltissime altre tutte conformi).
Dunque, il solo fatto che, nella richiesta di Luigi De Magistris non ci fossero le parole testuali “chiedo la convalida dei fermi” non era decisivo, essendo DEL TUTTO OVVIO che egli intendeva ottenere anche quella (oltre alle misure cautelari). Dunque, sotto il profilo tecnico, secondo la mia modesta opinione, se “errore” c'è stato, l’ha commesso il G.I.P. e non il P.M..
Ma per di più, non ci sarebbe stata violazione di legge neppure se De Magistris non avesse chiesto la convalida, essendo pacifico che egli poteva legittimamente non chiederla.
Ciò lo riconosce lo stesso C.S.M., che, per giustificare il G.I.P. che incomprensibilmente si è fermato alla ricerca delle parole testuali e “scaricare” su De Magistris la responsabilità della mancata convalida, scrive nella sentenza che «il deposito del provvedimento del fermo non comportava necessariamente la richiesta della sua convalida potendo il P.M. anche disporre l’immediata liberazione del fermato ed OMETTERE LA RICHIESTA DI CONVALIDA».
Ma nel caso di specie una volontà del P.M. di liberare i fermati era da escludere categoricamente, chiedendo egli, proprio al contrario, la custodia cautelare per loro (e, dunque, l’alibi offerto dal C.S.M. al G.I.P. non regge) e, comunque, per di più, il C.S.M. sbaglia in diritto quando limita l’ipotesi della mancata richiesta di convalida al solo caso della liberazione dei fermati, perché il P.M. può decidere del tutto legittimamente di non chiedere la convalida dei fermi anche nel caso in cui non intenda liberare i fermati, ma chiedere per loro – come avvenuto – misure di custodia (ciò il P.M. fa quando per qualche ragione ritenga il fermo non convalidabile, impregiudicate le conseguenze in altra sede di un fermo eventualmente illegittimo).
In ogni caso, resta pacifica e riconosciuta dallo stesso C.S.M. la legittimità della non richiesta di convalida da parte del P.M., sicché resta oscuro come questo possa essere stato ritenuto a carico di De Magistris “violazione di legge” disciplinarmente rilevante.
Per di più, l’omessa richiesta di convalida – ove pure si fosse potuta (e non si sa proprio come) ritenere illegittima – non poteva essere ritenuta né “grave” né conseguente a “negligenza inescusabile”, come, invece, indispensabile per una condanna.
La mancata richiesta di convalida dei fermi, infatti, non solo non ebbe, di per sé sola, alcuna conseguenza pratica nel caso concreto, ma non ne avrebbe potuta avere neppure in teoria in nessun caso simile.
Infatti, una volta richieste al G.I.P. (come ha fatto De Magistris) le misure cautelari, due soli esiti erano possibili:
- che il G.I.P. accogliesse la richiesta di misure cautelari
- che il G.I.P. la rigettasse.
Se l’avesse accolta, i fermati sarebbero rimasti in carcere anche se il fermo non fosse stato convalidato.
Se l’avesse rigettata, i fermati sarebbero stati scarcerati anche se il fermo fosse stato convalidato.
Ma vi è ancora dell’altro.
Per tentare di dare una qualche motivazione all’elemento della “gravità” della colpa (palesemente insussistente), i Consiglieri del C.S.M. ricorrono a quello che appare con evidenza un inaccettabile paralogismo, scrivendo a pag. 27 della sentenza che «la qualificazione “grave” va posta in relazione sia all’importanza della norma violata sia al carattere evidente, indiscutibile, dell’errore, come tale necessariamente conseguenza di una “negligenza inescusabile”».
In sostanza, secondo il C.S.M. qualunque errore “evidente, indiscutibile” sarebbe per ciò solo “grave” e conseguenza di “negligenza inescusabile”.
Se così fosse, se io, intestando una mia sentenza, anziché scrivere “il giudice Felice Lima” scrivessi per un lapsus calami “il giudice Francesco Lima”, essendo l’errore “evidente e indiscutibile” esso sarebbe “necessariamente conseguenza di una negligenza inescusabile” e per ciò stesso “grave”!?
Il tutto contro ogni evidenza, sia di diritto sia ancor prima di lessico: “evidente” significa una cosa, “grave” tutt’altra.
Dunque, bisogna prendere atto che è il C.S.M. (e non De Magistris) ad avere commesso una “violazione di legge”, che è anche “evidente”, attuata con una circonlocuzione paralogica che, per poter condannare De Magistris, ha fatto diventare punibili non solo gli errori “gravi” , ma anche quelli del tutto irrilevanti, ma “evidenti”!
Ed è inutile sottolineare quanti “errori” banali come quello qui in discussione, quante parole saltate in provvedimenti di decine di pagine ci siano in migliaia di provvedimenti giudiziari, senza che questo provochi conseguenze disciplinari per nessuno.
Infine, nella sentenza, per cercare di dare una qualche consistenza a una motivazione che, sul punto, non solo non ne ha ma tradisce l’uso di argomenti pretestuosi, si invoca contro De Magistris l’autorevolezza del Procuratore Lombardi e si assume che egli sarebbe «credibile, in quanto anch’egli firmatario dei provvedimenti di fermo e di richiesta custodiale» (pag. 27).
Ma così allora ci si deve chiedere: se Lombardi è «anch’egli firmatario dei provvedimenti di fermo e di richiesta custodiale», allora è – INDISCUTIBILMENTE – anch’egli responsabile, al pari di De Magistris, della forma e del contenuto di quegli atti.
Ma, allora, perché la Procura Generale ha mosso l’addebito a De Magistris e non anche a Lombardi?
Così come ci si deve chiedere perché nulla risulti a carico del G.I.P. che omette per mesi di adottare un qualunque provvedimento su una richiesta urgente e grave di misure cautelari e adotta poi, sulla richiesta di convalida dei fermi, un provvedimento in parte almeno discutibile e in parte smentito subito dopo dal Tribunale del riesame.
Misteri del rigore “senza se e senza ma”!
4 – L’iscrizione segretata.
Altro capo della sentenza sorprendente è quello relativo alla incolpazione contraddistinta dalla lettera “G”.
La vicenda si può riassumere dicendo che, nel corso delle indagini, sono emersi indizi di responsabilità a carico del senatore avv. Giancarlo Pittelli e del generale Walter Cretella Lombardo. Ciò imponeva l’iscrizione dei loro nomi nel registro degli indagati. Adempimento necessario per far decorrere il termine di durata massima delle indagini preliminari.
Va detto che accade molto frequentemente, per le più diverse ragioni, che questo tipo di iscrizione venga fatta con ritardo dai magistrati del pubblico ministero, non foss’altro perché, in procedimenti complessi, il momento in cui il magistrato si rende conto – analizzando in maniera approfondita tutte le emergenze processuali – della sussistenza di indizi a carico di questo o di quello varia moltissimo.
La giustizia disciplinare non sanziona questi ritardi, in molti casi fisiologici.
Il dr De Magistris, dunque, avrebbe potuto ritardare senza alcuna conseguenza per sé l’iscrizione di quei nomi nel registro degli indagati, ma ha deciso di provvedervi, invece, con assoluta tempestività e diligenza.
Ha ritenuto, però, che, se avesse provveduto a quella iscrizione nei modi consueti, essa sarebbe venuta a conoscenza del Procuratore Capo e ha temuto che questi – come a suo dire era già avvenuto in passato, sulla base di elementi di giudizio che lo hanno portato a denunciarlo alla competente Procura di Salerno – ne avrebbe informato gli indagati, essendo legato da vincoli di particolare amicizia con il Pittelli, difensore del Cretella Lombardo.
Dunque, ha redatto tempestivamente l’atto di iscrizione, ma lo ha custodito riservatamente in una cassaforte, riservandosi di annotarlo negli appositi registri non appena ciò non avesse potuto più essere causa di danno per le indagini.
Anche in questo caso non si può dire che la scelta del dr De Magistris abbia avuto conseguenze sotto alcun profilo “gravi”, perché, proprio al contrario, è rimasta priva di qualsiasi conseguenza concreta, dato che la durata delle indagini, a presidio della quale sta l’iscrizione nel registro degli indagati, non ha poi concretamente superato i termini imposti dalla legge.
E anche in questo caso gli argomenti dell’accusa prima e della condanna poi danno una sgradevole impressione di pretestuosità.
Basti dire che la Procura Generale contesta l’addebito di cui alla lett. “a” dell’art. 2 del D.L.vo 109/2006, che punisce solo «i comportamenti che, violando i doveri di cui all'articolo 1, arrecano ingiusto danno o indebito vantaggio ad una delle parti», e, per cercare a tutti i costi un “danno” ipotizzabile, scrive nell’incolpazione che con questo comportamento «il dott. De Magistris impediva al Procuratore dott. Lombardi di astenersi in relazione ad un procedimento del quale era coassegnatario, e che vedeva quale indagata persona con cui, come riferito dallo stesso Lombardi, aveva un ventennale rapporto di amicizia e frequentazione»!?
Ma davvero non è possibile comprendere che tipo di “danno” potrebbe mai ipotizzarsi a carico del Procuratore Lombardi per … non essersi potuto astenere!?
Mentre, anche in questo caso, stupisce non poco che la Procura Generale non abbia dato (che si sappia) alcun seguito alla circostanza che il Procuratore Lombardi successivamente si è effettivamente astenuto, ma non prima – come, invece, avrebbe dovuto – di revocare l’assegnazione del fascicolo a De Magistris.
Il Lombardi, in sostanza, per un verso ha riconosciuto di non potere trattare quel procedimento, ma ha adottato ugualmente un provvedimento incompatibile con la sua astensione: la revoca dell’assegnazione (alla quale conseguono i fatti oggetto del capo “A” di incolpazione), che ha tolto al P.M. che la conduceva l’indagine che coinvolgeva il suo intimo amico.
La Procura Generale ha contestato in questo capo di incolpazione anche l’ipotesi di cui alla lett. “g” dell’art. 2 citato, che punisce, però, solo «la grave violazione di legge determinata da ignoranza o negligenza inescusabile», mentre è evidente che in questo caso De Magistris non ha agito né con ignoranza, né con negligenza, ma intenzionalmente, per difendere la segretezza dell’indagine.
E ancora l’ipotesi di cui alla lettera “m” dell’art. 2, che punisce, però, solo «l'adozione di provvedimenti adottati nei casi non consentiti dalla legge, per negligenza grave e inescusabile, che abbiano leso diritti personali o, in modo rilevante, diritti patrimoniali», mentre è sicuro che qui non sono stati lesi diritti patrimoniali, e, in concreto, neppure diritti personali.
Insomma, numerose contestazioni palesemente non pertinenti con i fatti, che sembrano costruite per risolvere il problema creato dal fatto che la condotta di De Magistris non rientrava in alcuna specifica ipotesi tipica di responsabilità disciplinare.
Per altro verso, poi, va detto che, anche ad ammettere che la scelta di segretare l’iscrizione compiuta da De Magistris fosse discutibile, andrebbe comunque riconosciuto che egli si trovò dinanzi all’alternativa ineludibile fra la tutela di due beni che, risultavano, nel caso concreto, alternativi: rispettare le procedure formali di registrazione della iscrizione dei nomi, esponendo l’inchiesta al concreto pericolo di un favoreggiamento, oppure difendere la segretezza e l’efficacia delle indagini, segretando l’iscrizione. I due beni non si potevano tutelare insieme e, a mio parere, chiunque – a anche la Procura Generale e il C.S.M. – dovrebbero riconoscere che, in un tale frangente, non può essere ritenuta colpa e per giunta grave l’avere rispettato la legge che vieta il favoreggiamento, non violando, ma applicando in maniera adeguata al caso quella che regola l’iscrizione degli indagati nell’apposito registro.
Così come la Procura Generale e il C.S.M. avrebbero dovuto riconoscere che l’alternativa dinanzi alla quale si trovò De Magistris era dovuta al fatto certamente diciamo così inconsueto di un Sostituto Procuratore che abbia ragionevoli motivi di temere che il suo capo favorisca gli indagati.
Ovviamente non è possibile dire qui se i timori di De Magistris nei confronti del suo procuratore fossero o no fondati.
Si può dire, però, che egli certamente li riteneva tali, emergendo ciò con evidenza dal fatto che, come risulta anche dalla stessa sentenza del C.S.M., egli ha denunciato il Procuratore e l’Aggiunto alla competente Procura di Salerno, dove, stando alle notizie di stampa (le uniche delle quali dispongo: cfr, fra gli altri, Il Giornale del 13.1.2008), il Procuratore Lombardi e l’Aggiunto Murone risultano indagati, fra l’altro, per corruzione in atti giudiziari.
E qui emerge un altro aspetto sorprendente di questa vicenda.
Sembra evidente, infatti, che l’esito delle indagini di Salerno avrebbe potuto essere molto rilevante per la vicenda disciplinare qui in discussione, perché, se nel poco tempo che resta per concludere quelle indagini, risultassero fondate le ipotesi di reato a carico dei vertici della Procura di Catanzaro, risulterebbe ancora più clamoroso che la Procura Generale della Cassazione e il C.S.M. abbiano perseguito con tale tempestività e durezza De Magistris e solo lui invece che altri o almeno anche altri.
Dunque, il difensore del collega De Magistris ha chiesto formalmente al C.S.M. di attendere l’esito delle indagini di Salerno prima di concludere il processo disciplinare (certamente non urgente, come si afferma nella stessa sentenza, con ciò rigettandosi la richiesta cautelare avanzata dal Ministro Mastella). Ma questa istanza è stata rigettata.
5 – L’accusa di “gettare discredito”.
Altra incolpazione sorprendente è quella contraddistinta dalla lettera “F”, con la quale si addebita a De Magistris di avere «generato, nei confronti dei superiori e di altri magistrati, sospetti non suffragati da elementi probanti, con conseguente oggettivo discredito per l’istituzione giudiziaria».
Da questo addebito Luigi De Magistris è stato assolto, avendo il C.S.M. rilevato che ciò che la Procura Generale considerava “sospetti fonti di discredito” era stato oggetto di specifiche denunce alle competenti autorità da parte dello stesso De Magistris. Ma resta davvero significativo che la Procura Generale, dinanzi a una denuncia a carico di magistrati per fatti costituenti gravi reati, invece di preoccuparsi di verificare se i reati sono stati commessi o no, processi il denunciante accusandolo di gettare “oggettivo discredito sull’istituzione giudiziaria”!!
Questo certo non incoraggerà altri magistrati che si imbattano in reati commessi da colleghi a denunciarli!
6 – Il decreto di perquisizione motivato “troppo”.
Una menzione merita, infine, anche il capo di incolpazione indicato con la lettera “B”.
Il C.S.M. ha condannato De Magistris perché nella motivazione di un decreto di perquisizione ha riportato integralmente – come indizi a carico dell’indagato, che era il Procuratore Generale di Potenza dr Vincenzo Tufano – le dichiarazioni di un altro magistrato, che riferiva, fra l’altro, della mancata vigilanza da parte del Procuratore su un caso di incompatibilità fra un giudice e un pubblico ministero, originato da una relazione sentimentale asseritamente esistente fra i due.
La condanna lascia tecnicamente molto perplessi, per una serie di ragioni, che si possono sintetizzare dicendo che:
- la Procura Generale, nell’incolpazione compie un inammissibile (come tale non condiviso dallo stesso C.S.M. nella sentenza qui in discussione) sindacato di merito sulla pertinenza o no dei riferimenti contenuti nella motivazione del provvedimento di perquisizione;
- il C.S.M. riconosce che è legittimo inserire in atti giudiziari riferimenti a terze persone di contenuto tale da lederne anche l’onore, se conosciuti all’esterno, (cosa, peraltro, che succede abitualmente in mille provvedimenti relativi a persone “non potenti”, senza che ciò stupisca nessuno), ma sostiene che ciò avrebbe dovuto essere fatto nel caso di specie verificando previamente la fondatezza o meno dei riferimenti. Per comprendere la paradossalità di questa tesi del C.S.M. basti considerare che, per accertare il fatto incidentale, il P.M. avrebbe dovuto svolgere indagini che avrebbero potuto comportare una discovery anticipata e dannosa dell’indagine. L’indagine, peraltro, è un insieme di accertamenti e, per necessità logica e cronologica, alcuni vengono svolti prima di altri e, frattanto, tutti si intrecciano fra loro. E’ dunque logicamente impossibile che tutti siano verificati “previamente”;
- il C.S.M. parla di diffusione del contenuto del decreto di perquisizione e di danno all’onore dell’indagato, ma il decreto di perquisizione è atto destinato a restare riservato, sicché, nel redigerlo, il P.M. non deve porsi il problema di una sua eventuale pubblicità. Diversamente, non si potrebbe scrivere nulla a carico di alcun indagato neppure negli atti interni a una indagine;
- la Procura Generale, nel capo di incolpazione, accredita le sue tesi riferendo che il decreto di perquisizione è stato annullato dal Tribunale del riesame, ma tace che ciò è avvenuto solo con riferimento alla posizione di altro indagato, mentre il Procuratore Generale dr Tufano non ha neppure impugnato l’atto, al quale, dunque, ha prestato sostanzialmente acquiescenza.
7 – Il C.S.M., l’A.N.M. e la politica.
Tutto ciò posto, prima di concludere occorre ancora dare conto di altri due aspetti molto rilevanti di questa vicenda.
Il primo relativo al fatto che i vertici del C.S.M. hanno assunto in essa condotte davvero gravi e sorprendenti.
In particolare, Letizia Vacca, componente c.d. laico del C.S.M., indicata dal Partito dei Comunisti Italiani, Vicepresidente della Prima Commissione, ha ritenuto di dichiarare pubblicamente, in presenza di numerosi giornalisti che vi hanno dato ampio risalto, parlando al plurale, a nome di tutta la Commissione, che Luigi De Magistris è “un cattivo magistrato” e che “deve essere colpito” perché ciò resti chiaro.
E appare di tutta evidenza quale grave violazione dei suoi doveri e quale irreparabile vulnus alla credibilità dell’istituzione che rappresenta sia venuto da queste dichiarazioni della prof. Vacca, che denunciano una palese e dichiarata prevenzione di giudizio dell’istituzione che dovrebbe mantenere serenità, riserbo e, soprattutto, imparzialità nel giudicare i magistrati, la cui indipendenza è affidata alla sua tutela. E altrettanto evidente è quanto sia grave che la prof. Vacca, non solo abbia formulato quegli inaccettabili giudizi, ma ci abbia tenuto a renderli pubblici con il massimo clamore e a nome dei suoi colleghi. Come a voler “mandare un messaggio” a non si sa chi sul contenuto e la fermezza delle intenzioni del C.S.M..
In queste condizioni, la sentenza che ho appena commentato, oltre a destare le perplessità tecniche che ho evidenziato, è giunta come una condanna ampiamente annunciata e indebitamente anticipata.
Altra sorprendente condotta ha posto in essere il Vicepresidente del C.S.M. Nicola Mancino, che presiedeva il collegio giudicante che ha emesso la sentenza De Magistris. Egli, violando suoi specifici doveri di riserbo (forse “difesi” anche dai precetti di cui all’art. 326 del codice penale, a seconda che si ritenga o no coperta da dovere di segreto d’ufficio la camera di consiglio della Sezione Disciplinare del C.S.M.), non appena pronunciata da lui stesso la sentenza in questione, ci ha tenuto a dire ai giornalisti che essa è stata adottata all’unanimità.
Nessuna di queste condotte è stata oggetto di biasimo specifico (almeno noto all’esterno) da parte di tutti gli altri componenti del C.S.M., né alcuno dei consiglieri a nome dei quali Vacca e Mancino hanno “esternato” ha ritenuto di smentirli o di esigere da loro chiarimenti e scuse.
L’altro aspetto della vicenda da considerare è l’atteggiamento mantenuto dall’Associazione Nazionale Magistrati e di tutte le sue correnti, consistito nel:
1. rifiutarsi ostinatamente, a livello centrale, di prendere una qualunque posizione sulla vicenda;
2. emettere, a livello locale, un paio di comunicati palesemente ostili a Luigi De Magistris, isolandolo pubblicamente;
3. quando la Procura Generale e il C.S.M. hanno avviato le loro pratiche, dire che bisognava tacere e attendere la sentenza;
4. quando è stata pronunciata la sentenza, dire che bisognava tacere e attendere la motivazione;
5. quando è arrivata la motivazione, tacere e basta, imboscandosi in un silenzio irreale.
Tutto ciò che scrivo qui e molto altro l’ho già scritto più volte a tutte le mailing list di tutte le correnti dell’A.N.M., pregando tutti i colleghi di avere il coraggio e la dignità di prendere una qualsiasi posizione di merito sulla vicenda e sulla sentenza e, per quanto possa sembrare assurdo, NESSUNO mi ha risposto né ha speso alcuna parola sul “caso De Magistris” (mistificazione politica creata per nascondere il “caso Calabria”), che, nella magistratura associata, è diventato, dunque, un assurdo tabù.
Evidente mi appare, nella sua tragicità, il significato della impossibilità dei vertici dell’A.N.M. e di tutte le correnti di prendere una qualunque posizione su una vicenda tanto cruciale così come evidente risulta, conseguentemente, la definitiva perdita di ogni credibilità da parte di chi, rassegnandosi alle ovvie conseguenze “politiche” di questo silenzio, ne confessa implicitamente la natura necessitata.
Quest’ultimo aspetto della vicenda è di particolare rilievo, perché denuncia clamorosamente che la magistratura nel suo insieme ha sacrificato l’indipendenza dei singoli magistrati a logiche politiche molto preoccupanti.
Sul punto, con riferimento ai rapporti fra le correnti dell’A.N.M. e la politica, preoccupa peraltro:
- che il ministro Mastella, l’indomani del suo insediamento, abbia incontrato tutte le correnti e il giorno dopo abbia nominato i vertici di numerosi uffici del suo Ministero scegliendo cencellianamente proprio importanti esponenti delle correnti medesime;
- che anche autorevoli colleghi delle correnti un tempo “di opposizione” (per esempio Magistratura Democratica) abbiano accettato quegli incarichi e ancor più che li abbiano mantenuti quando il Ministero Mastella andava con evidenza in una direzione che avrebbe dovuto ricevere dai magistrati più critiche che consensi (questa situazione è stata ricostruita sui media come la c.d. “pax Mastelliana”, si può immaginare con quale danno per la credibilità della magistratura associata);
- che una delle correnti cosiddette “progressiste” dell’A.N.M. (il Movimento per la giustizia) abbia ritenuto opportuno candidare e fare eleggere al Comitato Direttivo Centrale dell’Associazione un collega che è stato per dieci anni consecutivi – fino al 2005: dunque, in epoca recentissima – Presidente di una Regione (le Marche);
- che proprio questo stesso collega – Vito D’Ambrosio – sia stato designato (certamente in maniera del tutto legittima: non è questo che è qui in discussione) per sostenere l’accusa nel procedimento disciplinare a carico di De Magistris, chiedendo per lui addirittura una pena superiore a quella pur già gravissima poi inflittagli.
Appare evidente, infine, che ove una qualche attenzione ancora vi sia nella magistratura al concetto di “indipendenza”, esso è riferita solo alla magistratura nel suo insieme e non anche ai singoli magistrati (ciò che è accaduto con i colleghi De Magistris e Forleo dà prova evidente di quanto gravemente vulnerata sia l’indipendenza c.d. “interna” dei magistrati).
Mentre è evidente che ciò che serve al Paese è l’indipendenza “dei magistrati” (di ogni singolo magistrato), che è cosa del tutto diversa dall’indipendenza della “magistratura”.
L’indipendenza della magistratura senza l’indipendenza dei magistrati si trasforma, infatti, soltanto in un privilegio corporativo e nello strumento di un potere che non serve il Paese – dal quale, infatti, è sempre più lontano e meno apprezzato – ma sé stesso.
in Micromega 2/2008xxx
venerdì 6 giugno 2008
La Giustizia vista con la lente del "Caso Calabria"
giovedì 5 giugno 2008
De Magistris - La Procura di Salerno evidenzia le attività poste in essere per fermarlo

Da "Quotidiano.net"
L’inchiesta nei confronti del pm era stata avviata su denuncia di magistrati e altri soggetti coinvolti nell’inchiesta “Toghe lucane” di cui De Magistris è titolare a Catanzaro
Catanzaro, 4 giugno 2008 - La Procura della Repubblica di Salerno ha chiesto l’archiviazione nei confronti di Luigi de Magistris, sostituto procuratore della Repubblica presso il tribunale di Catanzaro, nell’ambito dell’inchiesta avviata nei suoi confronti su denuncia di magistrati e altri soggetti coinvolti nell’inchiesta «Toghe lucane» di cui il pm in servizio nel capoluogo è titolare.xxx
La maxi-inchiesta condotta nei confronti del pm De Magistris dalla Procura salernitana, competente per reati a carico dei magistrati del distretto catanzarese, per i reati di calunnia, abuso d’ufficio e rivelazione di segreto d’ufficio, che ha avuto ad oggetto le condotte del magistrato nelle inchieste «Poseidone», «Why not» e «Toghe lucane» è durata diversi mesi, è stata condotta dal Reparto operativo del Comando provinciale dei carabinieri di Salerno, e ne sono titolari il procuratore della Repubblica di Salerno Luigi Apicella ed il sostituto procuratore Gabriella Nuzzi, e si è conclusa con l’accertamento dell’infondatezza delle denunce e degli esposti presentati contro De Magistris.
Nelle circa 1.000 pagine della richiesta di archiviazione, si parla infatti di «insussistenza di illegittimità sostanziali e/o procedurali penalmente rilevanti ovvero di condotte abusive addebitabili nell’esercizio delle funzioni giudiziarie del De Magistris», e si sottolineano, invece, «i risultati investigativi ottenuti, la natura e la cadenza degli interventi subiti a causa della intensità ed incisività delle sue indagini; il complesso materiale probatorio acquisito ha consentito di riscontrare la bontà della sua azione inquirente, nonchè di ricostruire la sequenza ed il contenuto degli atti procedimentali appurandone la correttezza formale e sostanziale».
“Allarmante commistione”
«Il contesto giudiziario in cui si è trovato ad operare il pm Luigi De Magistris negli anni della sua permanenza a Catanzaro appare connotato da un’allarmante commistione di ruoli e fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura». Lo afferma la Procura della Repubblica di Salerno, nel provvedimento con cui ha chiesto l’archiviazione nei confronti di De Magistris.
I magistrati titolari dell’inchiesta evidenziano nel provvedimento di richiesta di archiviazione «la pressante attività di interferenza alle indagini posta in essere dai vertici della Procura della Repubblica di Catanzaro, e resasi sempre più manifesta con il progressivo intensificarsi delle investigazioni da parte del pm De Magistris. Alle continue ingerenze sull’attività inquirente è risultata connessa, secondo una singolare cadenza cronologica - è scritto ancora nel provvedimento - la trasmissione di continue denunce e segnalazioni agli organi disciplinari ed alla Procura di Salerno».
Nella richiesta di archiviazione si legge ancora che «dagli accertamenti investigativi condotti sono emersi fatti, situazioni concorrenti a delineare il difficile contesto ambientale nel quale De Magistris si è trovato a svolgere le funzioni inquirenti, i legami tra i vertici dell’Ufficio giudiziario di Catanzaro, difensori ed indagati, gli interessi sottostanti alle vicende oggetto dei procedimenti da lui trattati, le condotte di interferenza ed ostacolo al suo operato. Difficile contesto ambientale reiteratamente denunciato dal pm nelle sedi istituzionali».
Secondo la Procura di Salerno, «le reiterate ed approfondite audizioni del dottore De Magistris, lo studio delle relazioni che, nel tempo, hanno accompagnato le sue attività investigative, l’esame delle numerose fonti dichiarative assunte e del materiale documentale acquisito a riscontro hanno consentito di ricostruire in punto di fatto il contesto storico-ambientale in cui egli ha operato negli anni della sua permanenza presso la Procura della Repubblica di Catanzaro, l’oggetto delle sue indagini, le ragioni delle pressioni ed interferenze subite all’esterno e all’interno di un ambito giudiziario risultato fortemente condizionato dal perseguimento di interessi extragiurisdizionali, anche di illecita natura».
I due magistrati di Salerno scrivono inoltre che «l’oggetto di indagini svolte da De Magistris, coinvolgenti pubblici amministratori, politici, imprenditori, professionisti, magistrati, rappresentanti delle forze dell’ordine, le tecniche investigative impiegate, i risultati derivati dagli atti di indagine esperiti hanno finito, nel tempo, per esporre il sostituto procuratore di Catanzaro ad una serie articolata di azioni ostative al suo operato. Tra queste si inseriscono le svariate denunce in sede penale e le segnalazioni disciplinari di soggetti indagati e/o difensori, alle quali sono seguite interpellanze, interrogazioni parlamentari, ispezioni ministeriali riguardanti le più rilevanti indagini condotte dal magistrato nei due periodi di permanenza a Catanzaro».
Dopo quasi un anno di indagini, secondo la Procura di Salerno si è pervenuti «ad un quadro ampio e completo dell’attività inquirente svolta da De Magistris e dalla polizia giudiziaria che lo ha coadiuvato, del contesto ambientale in cui ha operato, delle pressioni ed interferenze subite a causa dell’oggetto delle sue inchieste, delle iniziative adottate per determinarne il definitivo allontanamento dalla sede di Catanzaro e l’esautorazione dei poteri inquirenti».
Con riferimento all’inchiesta «Toghe lucane», la Procura di Salerno esprime «un giudizio di esclusione della configurabilità, in punto di fatto e di diritto, dei delitti di calunnia e diffamazione da parte del pm De Magistris». Le indagini effettuate farebbero emergere, al contrario, «l’evidente infondatezza e strumentalità delle gravi denunce presentate contro i magistrati di Potenza Iannuzzi, Pavese e Montemurro, nonchè del pm di Catanzaro De Magistris, con l’obiettivo di minare in concreto l’attendibilità di fondamentali fonti dichiarative accusatorie, screditarne la credibilità personale e professionale, esautorare il pubblico ministero procedente dallo svolgimento di eventuale, ulteriore e più incisiva attività investigativa».
Vedasi anche "La Repubblica.it"xxx
lunedì 2 giugno 2008
Rete4: "Il Detective incaricato di chiudere il caso è l'assassino"
Dal Blog "Voglio Scendere", un pezzo di Marco Travaglio:
-/-Bene ha fatto il Consiglio di Stato ad annunciare ieri, a Borsa chiusa, i suoi verdetti sulle sette cause del caso Europa7. Ma ha fatto malissimo a non pubblicare le sentenze (che dovrebbero essere note martedì), limitandosi a un comunicato scritto in ostrogoto, incomprensibile anche agli addetti ai lavori. Solo il giulivo Confalonieri finge di sapere tutto e canta vittoria, probabilmente per rassicurare gli azionisti in vista della riapertura dei mercati dopodomani, dopo il lungo week end festivo.xxx
Ma, da alcuni passaggi del comunicato, parrebbe avere ottimi motivi per preoccuparsi. Poi, certo, a metterlo di buonumore è la notizia che, a quanto pare, ad assegnare le frequenze a Europa7 dovrebbe essere proprio il padrone di Rete4 che le occupa senza concessione: Berlusconi. Infatti il Consiglio di Stato sancisce “il dovere del Ministero di rideterminarsi motivatamente sull’istanza di Europa7 intesa alla attribuzione delle frequenze… anche in applicazione della sentenza della Corte di giustizia (europea) del 31 gennaio 2008”.
Traduzione (provvisoria): il governo Berlusconi, tramite il sottosegretario ad personam, anzi ad aziendam, Paolo Romani, dovrà finalmente consentire a Europa7 di trasmettere in chiaro su tutto il territorio nazionale con le apposite frequenze. E che la sentenza non sia proprio favorevole a Mediaset, lo si desume anche dal fatto che, per evitare contraccolpi sul mercato azionario, è stata annunciata di sabato. Ora non vorremmo essere nei panni del Cainano: già lo immaginiamo aggirarsi insonne in una delle sue numerose ville, attanagliato dal dilemma amletico: salvare un’altra volta Rete4 mettendosi contro la Costituzione, la Consulta, la Corte e la Commissione europea, le regole comunitarie e attirando sull’Italia una supermulta, o rispettare le leggi e le sentenze almeno una volta nella vita? Non per nulla, fino all’altro giorno, il governo Mediaset aveva tentato di risolvere la faccenda al solito modo: l’ennesimo emendamento-condono salva-Rete4 (ritirato solo dopo l’ostruzionismo di Idv e Pd) imperniato su un antico principio giurisprudenziale della scuola arcoriana: chi ha avuto ha avuto, chi ha dato ha dato, scurdammoce ‘o passato e pure le sentenze italiane ed europee.
Le cause intentate allo Stato dall’editore Francesco Di Stefano dinanzi al Tar e poi al Consiglio di Stato sono sette. Tre, più secondarie, riguardano la seconda tv del gruppo, 7 Plus; tre (più una “doppia” che sarebbe lungo spiegare) investono la rete principale Europa7.
1) La prima è sul ricorso contro l’abilitazione a trasmettere in “fase transitoria” senza concessione rilasciata a suo tempo a Rete4 dal decreto 28/7/1999 del governo D’Alema. Il Tar e ora il Consiglio di Stato ritengono il ricorso inammissibile, ma ormai la questione era superata dalla nuova abilitazione data da Gasparri nel 2004 e dalla sentenza europea che boccia tutte le leggi italiane basate sulla “fase transitoria” a partire dal ’94.
2) Europa7 chiedeva al governo di rispondere pro o contro le proprie istanze. Su questo, il Tar le dà ragione: o il governo revoca la concessione, o dà le frequenze. Mediaset fa ricorso. Ieri il Consiglio di Stato l’ha respinto, intimando al governo di “rideterminare le frequenze” chieste dalla tv mai nata e “applicare la sentenza” europea.
3) Europa7 chiede allo Stato le frequenze per Europa7 e i danni fin qui subiti per la mancata partenza dell’emittente (circa 3 miliardi). Il Consiglio di Stato chiede alla Corte europea se le norme italiane pro-Rete4 e anti-Europa7 siano compatibili con quelle comunitarie. La Corte risponde il 31 gennaio che no, la normativa italiana è incompatibile, dunque illegale, ergo va disapplicata: ubi maior, minor (cioè Berlusconi) cessat.
Ieri il Consiglio di Stato ha rinviato la decisione al 16 dicembre. Ma, in via provvisoria, ha respinto “in parte” le richieste di Europa 7. Che vuol dire? Che non le riconosce 3 miliardi di danni, ma un po’ meno? O che i danni saranno quantificati solo quando si saprà se il governo darà le frequenze? Pare di sì, visto che si “subordina” il risarcimento al “rideterminarsi” le frequenze applicando la sentenza europea. Ma quali ordini vengano impartiti precisamente al governo ancora non si sa. L’unico dato certo è che il governo dovrà depositare “i documenti” di ciò che farà “entro il 15 ottobre”. Ma che cosa esattamente debba fare, lo sapremo solo martedì. Per ora si sa che ora il conflitto d’interessi, da gigantesco, diventa mostruoso. E grottesco. Chi deve risolvere il problema è chi l’ha creato. Il detective incaricato di chiudere il caso è l’assassino.-/-xxx
Emergenza Rifiuti: dopo che l'osso è spolpato, si ricorre alle competenze (ma pronti per nuovi bottini)
domenica 1 giugno 2008
Sandro Pertini, la nuova Resistenza
Dal sito Manupulite.it, un breve intervento di Sandro Pertini, Presidente della Repubblica; per l'audio fare clic qui:
"Oggi la nuova Resistenza in cosa consiste... ecco l'appello ai giovani: di difendere queste posizioni che noi abbiamo conquistato, di difendere la Repubblica e la Democrazia.
E cioè oggi ci vuole due qualità a mio avviso, cara amica, l'onestà e il coraggio...l'onestà...l'onestà...l'onestà.
E quindi l'appello che io faccio ai giovani è questo: di cercare di essere onesti, prima di tutto la politica deve essere fatta CON LE MANI PULITE! Non ci possono essere... se c'è qualche scandalo...se c'è...se c'è qualcheduno che dà scandalo...se c'è qualche uomo politico che approfitta della politica per fare i suoi sporchi interessi DEVE ESSERE DENUNCIATO SENZA ALCUN TIMORE!"
Sandro Pertini
(1896 - 1990)
sabato 31 maggio 2008
Operazione Rompiballe, di Marco Travaglio
Dal Blog "Voglio Scendere" - Marco Travaglio:
"Non potevano trovare un nome migliore gli inquirenti napoletani per l’inchiesta su politica&monnezza. “Operazione Rompiballe” allude alle ecoballe, niente eco e molto balle. Ma anche, involontariamente, all’ennesima porcata del governo per mettere la magistratura al guinzaglio del potere politico con la scusa dell’emergenza rifiuti. Perchè è di questo che stiamo parlando, come spiega Rodotà su Repubblica e come sostengono 75 pm campani: il decreto del governo è incostituzionale, perché sospende “de jure” lo Stato di diritto in una regione dove già era sospeso “de facto”.xxx
Le trombette berlusconiane sono già al lavoro per rivoltare la frittata e far passare per ribelli proprio i magistrati che difendono la Costituzione, non il governo che la calpesta. Spettacolare il Corriere che, sorpreso il giudice Nicola Quatrano, a spasso per Chiaiano, lo torchia per bene per sapere che ci facesse lì, vedi mai che alzasse barricate e lanciasse molotov. Come se un libero cittadino non potesse andare dove gli pare. In effetti, secondo il decreto, non si può più manifestare liberamente, in Campania: si rischia di passare per sabotatori delle discariche, dunque nemici pubblici.
Intanto il governo si fabbrica un bel superprocuratore regionale per i rifiuti, roba mai vista nemmeno sotto il fascismo, che accentra le competenze delle procure territoriali. Nessun giudice potrà più sequestrare discariche irregolari o pericolose, anche perchè i rifiuti tossici e nocivi vengono equiparati a quelli urbani ordinari, per decreto, in barba a tutte le leggi nazionali ed europee, e soprattutto alla salute di chi se li beve o se li respira. Insomma, vietato disturbare il manovratore: che oggi è il supercommissario di governo - l’ineffabile Bertolaso, l’uomo per tutte le stagioni, quello che due anni fa da commissario non combinò un bel nulla e ora, chissà perché, dovrebbe fare il miracolo - ma domani potrebbe essere il presidente del Consiglio. Perché, se passa il precedente di un “governo che si sceglie i magistrati che devono controllare le sue iniziative” (Rodotà), poi non ci si ferma più.
Lo Stato italiano ha sconfitto il terrorismo e combattuto la mafia con ottimi risultati - per due o tre anni, non di più - senza strappi alla Costituzione. Non si vede perché oggi non possa rimuovere la monnezza senza violentare la Carta costituzionale. Se le nuove discariche saranno a norma di legge, nessun giudice le bloccherà. Ma impedire preventivamente ai giudici di bloccarle è come ammettere di sapere in anticipo che saranno irregolari, dunque inquinanti, dunque pericolose per la salute pubblica. Dunque l’intervento della magistratura rimane l’unico scudo per i cittadini.
Resta da capire perché mai, dal Pd, non si sia levata una sola voce critica contro il colpo di mano berlusconiano. Anzi, dopo la parentesi dell’ostruzionismo su Rete4, si è tornati precipitosamente a un “dialogo” che conviene solo al governo. Eppure non occorre un genio per intuire che la guerra all’indipendenza e autonomia delle toghe con la monnezza non c’entra niente. C’entra con altre monnezze: per esempio, con l’ansia di vendetta del Cainano contro i pm di Napoli per l’inchiesta sull’acquisto di Saccà e di alcuni senatori. “Questi pm sono ingovernabili”, ha denunciato, sgomento per l’esistenza di qualche toga che ancora prende sul serio la Costituzione (“la magistratura è autonoma e indipendente da ogni altro potere”): un pericoloso precedente che va subito sanzionato.
Intanto si cerca un pretesto per varare l’agognata legge contro le intercettazioni, che proprio sulla monnezza han dimostrato la loro efficacia, dunque vanno abrogate. Il ministro ad personam Alfano annuncia che la nuova porcata è pronta. Meno pronta è la reazione dell’Anm, che seguita a “dialogare” col governo che si accinge a disarmarla. E ancor meno pronta è quella del Pd, che ha addirittura avviato consultazioni del ministro-ombra della Giustizia, tal Tenaglia, con l’Alfano medesimo, non si sa bene a che pro. Intanto Ermete Realacci si associa agli alti lai berlusconiani pro Bertolaso e contro il blitz dei giudici: “Intervento spettacolare e fuori contesto” che rischia di “ostacolare la soluzione del problema rifiuti”. La prossima volta, prima di arrestare qualcuno, i giudici chiederanno il permesso a lui (“Ci scusi, Realacci, avremmo intenzione di arrestare Tizio e Caio. Le pare il contesto giusto o gradisce un rinvio? Ha qualche data libera, in agenda?”). Dio salvi i rompiballe."xxx
"What Happened", di Scott McClellan, per 7 anni portavoce del Presidente Bush
"What Happened", cosa è successo, il titolo del clamoroso libro appena uscito negli Stati uniti, in poche ore al secondo posto delle classifiche di vendita, scrittto da Scott McClellan, per sette anni, fino al 1996, portavoce del presidente statunitense G. W. Bush (fin da quando era governatore del Texas). xxx
"Bush ha mentito sulla guerra in Iraq ed è andato terribilmente fuori strada. Hanno preparato per mesi una strategia per vendere la guerra all'opinione pubblica ma era una guerra sbagliata. Il presidente ha vissuto senza contatto con la realtà: Rowe, Libby e Cheney sono stati i pianificatori di questa politica..."
La Casa Bianca descritta come un covo di cospiratori disonesti, in perenne campagna elettorale, con il Presidente che avrebbe preso decisioni senza i doverosi approfondimenti e mentendo al popolo americano, egli stesso manipolato dagli strateghi Rowe e Cheney. xxx
martedì 27 maggio 2008
Inceneritori-Termovalorizzatori, sempre diossina è
Dal "Venerdì" di Repubblica del 16.05.2008 (per ingrandire clic sull'immagine)- vera notizia clamorosa, ma dissimulata, data in sordina, ... ma pubblicata (Beppe Grillo parla di lotta nelle redazioni).
Il testo:
“Nelle popolazioni che vivono in prossimità di impianti di incenerimento dei rifiuti è stato riscontrato un aumento dei casi di cancro dal 6 al 20 per cento.
Lo dice una ricerca, resa pubblica dall’istituto statale di sorveglianza sanitaria francese, l’ultima delle 435 ricerche consultabili presso la biblioteca scientifica internazionale PubMed che rilevano danni alla salute causati dai termovalorizzatori per le loro emissioni di diossina, prodotta dalla combustione della plastica insieme ad altri materiali. Questa molecola deve la sua micidiale azione ala capacità di concentrarsi negli organismi viventi e di penetrare nelle cellule. Qui va a “inceppare” uno dei principali meccanismi di controllo del Dna, scatenando le alterazioni dei geni che poi portano il cancro e le malformazioni neonatali.”
Italiani brava gente
domenica 25 maggio 2008
Occorrono Giudici onesti, non silenziosi
Intervista a Paolo Borsellino - Teleacras, Agrigento - Certi politici male della Giustizia -
Paolo Borsellino, parole di verità su Giovanni Falcone
Coloro che affermano che è il silenzio a contraddistinguere il vero magistrato, citando come esempi Paolo Borsellino e Giovanni Falcone, dicono il falso, e lo fanno per far tacere quei magistrati che perseguono i reati commessi dai potenti, da tutti gli intoccabili; lo fanno per far tacere oggi magistrati come Luigi De Magistris e Clementina Forleo, ed altri di cui non conosceremo il nome, resteranno forse intimiditi nell'anonimato di inchieste bloccate.
Paolo Borsellino, 25.06.1992, il 19 luglio l'attentato che uccise anche Lui - Video:
martedì 20 maggio 2008
A Don Peppino Diana

"... De Falco venne condannato nel gennaio 2003 all'ergastolo come mandante dell'omicidio di don Peppino Diana. Mentre la sentenza veniva letta in tribunale mi venne da ridere. Una risata che riuscii a contenere lasciando gonfiare le guance. Non potevo resistere all'assurdità che in quell'aula si materializzava. Nunzio De Falco [detto o Lupo - ndr] era difeso dall'avvocato Gaetano Pecorella, che era allo stesso tempo presidente della Commissione Giustizia della Camera dei Deputati e difensore di uno dei massimi boss del cartello camorristico casalese. Ridevo perchè i clan erano così forti da aver persino ribaltato gli assiomi della natura e delle fiabe. Un lupo si faceva difendere da una pecorella. Ma il mio, forse, fu un delirio di stanchezza e un crollo di nervi."
Tratto da "Gomorra" di Roberto Saviano, pag. 260
sabato 17 maggio 2008
Libertà di informazione - Molti lupi

Fedro - "Il lupo e l'agnello":
Presi dalla sete, un lupo ed un agnello
s'erano spinti allo stesso ruscello; più su s'era fermato il lupo, l'agnello molto più giù.
Subito il delinquente, preso dalla gola malvagia, sollevò un pretesto di contesa.
"Perché", disse, "intorbidi l'acqua che sto bevendo?"
E il timido lanuto: "O lupo, ti prego, perché tu mi rimproveri? Da te alle mie sorsate il liquido giunge."
E quello, sconfitto dall'evidenza del fatto, disse:
"Sei mesi fa mi hai calunniato".
E l'agnello: "Non ero ancora al mondo, in verità". Il delinquente,
bestemmiando: "Allora fu tuo padre a calunniarmi."
E così, afferratolo, lo sbrana, con crudele morte.
Questo discorso vale per quelle persone che calpestano i deboli con falsi processi.
Riporto a seguire un articolo del giornalista scrittore Peter Gomez dal titolo "I Fatti di Villabate", datato 16.05.2008, apparso sul blog "Voglio Scendere" (segnalo anche un pezzo scritto da Nando dalla Chiesa):
Credo che in questi giorni sia stata fatta molta confusione tra fatti e notizie. I fatti sono fatti, ma non tutti i fatti sono notizie. Nei miei cassetti conservo documenti, verbali d'interrogatorio, appunti di colloqui con fonti confidenziali e persino interviste, che non ho mai pubblicato. E che probabilmente non pubblicherò mai.
Parte di quell'archivio, accumulato da me come da ogni buon giornalista in anni di lavoro, di tanto in tanto si rivela però utile. A distanza di tempo dalla scoperta di un primo elemento di per sé ambiguo, apparentemente incredibile, o da solo non interessante o non verificabile, capita a volte che se ne trovi un altro che fa vedere le cose in maniera diversa. E allora ciò che inizialmente era (a mio sindacabile avviso) non pubblicabile, all'improvviso lo diventa. Nasce (anche così) una notizia. xxx
Dicevamo che i fatti apparentemente incredibili e non riscontrati non sono notizie. È quindi scorretto deontologicamente citarli sui giornali scrivendo subito dopo, «ma io non ci credo». E soprattutto non si deve farlo se la verifica o il tentativo di verifica è semplice: se li si cita, senza alzare il telefono o perderci qualche ora o giorno di lavoro, si mette semplicemente in circolazione un veleno, non una notizia.
Uno dirà: ma allora perché avete scritto di Schifani, visto che i suoi rapporti con personaggi poi condannati per mafia, non hanno nemmeno portato all'apertura di un'inchiesta giudiziaria nei suoi confronti? Semplice: perché, nonostante che su parte di quelle storie Schifani sia stato ascoltato come testimone già nel '99, l'intera vicenda non è affatto chiara. E proprio la mancanza di chiarezza fa diventare tutta la questione una notizia ancora più grossa: Schifani, lo ricordo, non è un privato cittadino, ma è un senatore e ora è addirittura la seconda carica della Repubblica.
Lasciate perdere la Sicula Brokers, la società creata nel '79 che tra suoi soci oltre a Schifani aveva anche altri personaggi poi condannati per mafia, e concentratevi su Villabate, il paese del quale Nino Mandalà (uno degli ex soci di Schifani) diventa reggente intorno al 1994 dopo una sanguinosa guerra tra cosche.
Qui, nel 1995, Schifani ottiene una consulenza in materia amministrativo-urbanistica. Quella consulenza, visto il contesto, è già di per se interessante dal punto di vista giornalistico. Ma lo diviene ancor di più se si considera che intorno alla sua genesi esistono almeno quattro versioni.
La prima è quella di Mandalà che intercettato dai carabinieri confida nel 1998 a un altro uomo d'onore di avergliela fatta ottenere lui, su richiesta del senatore Enrico La Loggia. La seconda è quella di La Loggia che, sentito come teste, dice sostanzialmente: è vero la consulenza a Schifani l'ho fatta avere io, ma non ricordo se ciò è avvenuto in seguito a una mia richiesta presentata al sindaco di Villabate (nipote di Mandalà ndr) o se io ho richiesto l'intervento di Gianfranco Micciché, allora coordinatore di Forza Italia. Il problema, secondo La Loggia, era quello di risarcire Schifani dei mancati guadagni causati dal tempo perso nell'attività politica, visto che sarà eletto solo nel 1996.
La terza versione è quella di Schifani che invece dice di aver ottenuto il lavoro da solo, semplicemente proponendosi al sindaco nipote del boss. Poi c'è la quarta versione. Recentissima: addirittura del 2006. Quella del pentito Francesco Campanella, l'ex segretario dei giovani dell'Udeur che falsificò la carta d'identità utilizza da Bernardo Provenzano per andare in Francia a farsi operare. Campanella dice: ha ragione Mandalà, la consulenza a Schifani è arrivata grazie a lui. E poi ci mette un carico da novanta: scopo dell'intervento di Schifani (e di La Loggia) era quello di disegnare assieme a un progettista loro amico un piano regolatore di Villabate che assecondasse i voleri del boss Mandalà. Secondo Campanella, anzi, proprio Mandalà (che potrebbe benissimo aver mentito) sosteneva che Schifani e La Loggia si erano accordati perché parte della parcella destinata al progettista fosse girata a loro.
A questo punto dovrebbe essere chiaro per tutti che questa è una storia da raccontare sui giornali. E anche da approfondire, visto che molti dei personaggi coinvolti non sono ancora stati intervistati, e non tutti i documenti amministrativo-urbanistici dell'epoca sono stati esaminati. In un uno degli elementi del titolo (titolo, occhiello e sommario) un quotidiano, per necessità di sintesi, parlerebbe probabilmente di «rapporti di Schifani con il boss», o forse di «amicizie e relazioni pericolose», anche perché Mandalà ha sostenuto in aula che Schifani e La Loggia parteciparono al suo matrimonio. La notizia insomma è diventata tale grazie al lavoro, all'esperienza che ti ha permesso di valutare il contesto, e alla ricerca. Non è nata da una soffiata anonima (che pure può benissimo essere uno spunto), mandata in stampa senza alcuna verifica.
Detto questo quello che sta accadendo oggi a Marco credo che sia per tutti semplice: «Quando non si può attaccare il ragionamento, si attacca il ragionatore», diceva Paul Valery. Ma noi, finché lo si potrà fare, cercheremo di continuare a ragionare.xxx
martedì 13 maggio 2008
Appello sul Caso Travaglio-Schifani
Ovviamente siamo anche noi molto preoccupati per le scarse
e anguste occasioni di replica che si presenteranno al Presidente Renato Schifani !!
?E poi, quale replica? Trattandosi di fatti documentati e non smentiti,
occorrerebbero innanzitutto spiegazioni.
Dagli ambienti giornalistici di "Senza bavaglio" è promosso questo appello sul caso Schifani, tratto dal sito di "Fondazione critica liberale":
"Io non ci sto.
Nei paesi democratici il ruolo dei giornalisti è proprio quello di osservare, verificare e poi raccontare.
Si chiama "diritto di cronaca".
E' uno dei diritti fondamentali su cui si fonda la democrazia.
Si racconta se il politico tradisce la moglie, se in gioventù si faceva qualche spinello, se è stato in un centro di riabilitazione per etilisti, se ha truccato le carte per non andare in guerra.
Per alcuni elettori queste informazioni sono importanti.
C'è chi non ama essere rappresentato da un donnaiolo, e chi non vuole essere rappresentato da un pavido.
È un loro diritto: ognuno deve poter scegliere da chi farsi rappresentare in base ai propri valori e avendone tutte le informazioni necessarie.
Ai politici, in tutto il mondo libero, questo non piace, ma accettano.
Sono le regole del gioco democratico, le uniche inventate finora, di meglio per ora non abbiamo.
E queste regole hanno costretto alla dimissione presidenti degli Stati Uniti e ministri di vari governi.
Tocca al giudice appurare se il giornalista dice il falso.
Ora la domanda di attualità è: il giornalista Marco Travaglio ha raccontato un fatto vero che riguarda Renato Schifani o un fatto falso?
Schifani & Co, l'opposizione & Co e anche gli organismi "DI CONTROLLO" della Rai possono indignarsi quanto vogliono, ma l'unico strumento democratico che ha Schifani è ricorrere al giudice, incaricato in democrazia di valutare se Travaglio ha detto il vero o il falso.
Tutte le altre prese di posizione mirano solo a limitare la democrazia e la libertà di critica della stampa."
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“Giornalismo è diffondere ciò che qualcuno non vuole si sappia, il resto è propaganda” (Horacio Verbitsky)
Solidarietà a Marco Travaglio - Grazie Marco
Tutta la mia solidarietà a Marco Travaglio, uno dei pochi
giornalisti con la schiena diritta. Ha riportato dei fatti, non
smentiti, e peraltro già pubblicati.
Ad alcuni potranno sembrare poco
rilevanti, anche se riferiti alla seconda carica dello Stato; a me,
come a tanti altri, appaiono viceversa inquietanti.
Si badi bene, tutto il polverone sollevato sulla vicenda NON SEMBRA RIGUARDARE LA VERIDICITA' DEI FATTI.
P.S. Fabio Fazio, ... che pena !!
sabato 10 maggio 2008
mercoledì 7 maggio 2008
I dirigenti di questo povero Paese - Luca Luciani (Telecom) e Napoleone
Siamo un paese in declino, non sempre occorrono fiumi di inchiostro per spiegarlo, esistono accadimenti che, emblematicamente, valgono un trattato.
Breve nota su Luca Luciani:
Dal 22.01.2007, direttore generale Telecom con la responsabilità per la telefonia mobile in Italia;
Nel 2007 ha guadagnato, stando al bilancio Telecom, 858 mila euro tra stipendio, bonus di risultato e incentivi vari, più una consistente dotazione di stock option.
E' in Telecom dal 1999, dopo essere stato in Procter & Gamble, Bain & Company Consulting e Enel. E' stato anche direttore finanziario di Tim e, per un anno, assistente di Marco Tronchetti Provera.
?Un neo-senatore UDC amico di Giovanni Brusca?
Riporto un articolo di Benny Calasanzio Borsellino del 05.05.2008, riguardante la pericolosa presunta amicizia tra il criminale mafioso Giovanni BRUSCA ed il neo-senatore UDC Salvatore CINTOLA (vedasi pure):
"Voi, oh gente italica, che con cotanto disprezzo guardate a noi poveri terroni, che per i nostri modi, per il nostro vivere felice e clientelare, vi risultiamo insopportabili. Pensavate che vi regalassimo solo Totò Cuffaro in Senato? Solo un colluso con singoli mafiosi? Illusi. Noi le cose le facciamo bene e fino in fondo. O non le facciamo. Voi sapete che gli eletti siciliani dell'Udc al Senato sono in tre; la Sicilia è infatti l'unica regione dell'universo in cui l'Udc ha raggiunto il quorum. Tre: Totò il condannato, D'Alia e Antinoro. Ma forse non sapete che Antinoro era candidato anche all'Assemblea Regionale Siciliana. E forse non sapete che opterà proprio per la Sicilia, lasciando vacante il seggio al Senato. E sapete chi lo sostituirà? Il quarto classificato. Chi è?
Avete presente chi è Giovanni Brusca? Gli amici lo chiamavano il Porco, o lo Scannacristiani. Provate ad immaginare il perchè. Noi lo chiamamo semplicemente il mostro. E vi assicuro che siamo gentili. Ha commesso più di 150 delitti, tra i quali quello del 15enne Di Matteo, figlio di un pentito. Strangolato e poi sciolto nell'acido dopo il suo ordine. "Centocinquanta omicidi, ma meno di duecento", ci tiene a precisare. Il Porco è anche colui che materialmente riempì di tritolo il tunnel sotto l'autostrada di Capaci e che poi premette il telecomando, uccidendo Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Rocco Di Cillo e Antonio Montinaro.
Ecco. Quest'uomo si dichiara migliore amico di Salvatore Cintola, del senatore Salvatore Cintola, nostro secondo regalo al Senato. E' lui che sostituirà Antinoro. "Minchia" direte. E ancora non sapete tutto. Nel 2006 fu eletto grazie ai voti degli uomini d'onore di Altofonte, a quanto risulta da alcune intercettazioni. Assessore regionale al Bilancio del primo governo Cuffaro, indagato per concorso in associazione mafiosa, finito sul registro degli indagati per un totale di 4 volte in 15 anni. Indagato anche in un'inchiesta per riciclaggio della Procura di Palermo, dopo le prime due archiviazioni, le indagini erano state riaperte grazie alle dichiarazioni del donna-boss pentita Giusy Vitale.
Cintola, che solo per la faccia che ha meriterebbe di essere sorvegliato a vista, fu coinvolto ed ebbe un ruolo di primo piano nel progetto di Leoluca Bagarella, cognato di Riina, che voleva realizzare il partito di Cosa Nostra, Sicilia Libera. Per quanto riguarda l'indagine per concorso esterno a Cosa Nostra, Cintola venne indagato perchè secondo gli inquirenti, era consapevole della manovra tentata nel 2004 per neutralizzare la deposizione del pentito Angelo Siino, nel processo su mafia e appalti (denominato 'Trash'), da uno degli imputati di spicco, l'imprenditore Romano Tronci, poi condannato a 10 anni per concorso esterno in associazione mafiosa.
I militari scoprirono che, tra la primavera e l'estate di quell'anno, Tronci, manager dell'impresa De Bartoloneis, si era attivato per “affievolire” la deposizione del teste-chiave nel processo Trash. Insieme, Tronci, Lapis e il nostro Cintola si recarono a Partinico in casa dell'imprenditrice Antonina Bertolino, cognata di Siino, per avvicinare il pentito. La donna ha dichiarato di essersi rifiutata di aiutarli e di non aver riferito nulla al pentito. Scrivono i giudici che dal dibattimento "emerge chiaramente come il profilo di consapevolezza di Cintola sia ben superiore a quanto da lui stesso rappresentato nel processo".
Di Cintola in Sicilia si parla tanto, ne parlano anche i pentiti Antonino Calvaruso, Balduccio Di Maggio, Mario Santo Di Matteo e Tullio Cannella. Non disperate. Questo uomo non è più solo siciliano. Ora è un senatore."
sabato 3 maggio 2008
Il Patto sociale

Jean Jacques Rousseau, Contratto sociale:
Libro Primo - Capitolo VI - Il patto sociale
(...) "Trovare una forma di associazione che difenda e protegga le persone e i beni degli associati sfruttando al massimo la forza comune, associazione nella quale ogni uomo, pur unendosi a tutti gli altri, non obbedisca che a se stesso e resti libero come prima". Questo è il problema fondamentale di cui il contratto sociale offre la soluzione. Le clausole di questo contratto sono talmente determinate dalla natura dell'atto, che la minima modificazione le renderebbe vane e di nessun effetto, sicché, anche se tali clausole non fossero mai state formalmente enunciate, esse sono dovunque le stesse, dovunque tacitamente ammesse e riconosciute, fino a quando - nel caso che il patto sociale venisse violato - ciascuno rientri nei suoi diritti originari e riprenda la propria libertà naturale, perdendo quella libertà contrattuale per la quale aveva rinunciato alla prima.
Queste clausole, ben interpretate, si riducono tutte ad una sola, e cioè alla cessione totale di ogni associato con tutti i suoi diritti alla comunità tutta; poiché ciascuno dona l'intero se stesso, la condizione essendo uguale per tutti, nessuno ha interesse di renderla più pesante per gli altri. Essendo inoltre tale cessione fatta senza riserve, l'unione che ne risulta è la più perfetta possibile e nessun associato ha alcunché da reclamare, infatti, se restasse qualche diritto ai singoli, dato che non vi è nessun superiore comune che possa decidere tra costoro e la collettività, ciascun uomo, potendo essere in qualche caso il suo stesso giudice, pretenderebbe di esserlo per ogni fattispecie che lo riguardasse; in tal caso lo stato di natura sussisterebbe e l'associazione diverrebbe di necessità o tirannica o inutile.
Infine, poiché ciascuno si dà a tutti, non si dà a nessuno in modo particolare, e, poiché non vi è un associato sul quale ciascuno non acquisti lo stesso diritto che egli gli cede, si guadagna sempre l'equivalente di ciò che si perde e in più un aumento di forza per conservare quello che si ha. Se dunque si leva al patto sociale ciò che non gli è essenziale, si troverà che lo si può ridurre ai seguenti termini: "Ciascuno di noi mette in comune la propria persona e ogni potere sotto la suprema direzione della volontà generale; e noi riceviamo ogni membro come parte indivisibile del tutto".
Immediatamente in luogo della persona singola di ciascun contraente, questo atto di associazione produce un corpo morale collettivo, composto di tanti membri quanti sono gli aventi diritto al voto dell'assemblea, il quale proprio attraverso questo atto riceve la sua unità, il suo "io" comune, la sua vita e la sua volontà. Questa persona pubblica che si forma attraverso l'unione di tutte le altre si chiamava una volta città e ora si chiama repubblica o corpo politico; questo a sua volta vien detto dai suoi membri stato quando è passivo, sovrano quando è attivo, potenza nei rapporti coi suoi simili. Per quanto riguarda gli associati essi collettivamente prendono il nome di popolo, mentre singolarmente si dicono cittadini in quanto partecipi della autorità sovrana e sudditi in quanto soggetti alle leggi dello stato. Ma questi termini si confondono spesso e si prendono l'uno per l'altro: basta saper distinguerli quando sono impiegati in tutta la loro precisione.
( Jean Jacques Rousseau, Contratto sociale)
Da Repubblica.it del 03.05.2008, di Maurizio Ricci:
Secondo uno studio della Bri è sempre più alta la quota di Pil che va ai profitti.
Dagli anni Ottanta ad oggi salari schiacciati.
Roma – La lotta di classe? C’è stata e l’hanno stravinta i capitalisti.
In Italia e negli altri Paesi industrializzati, gli ultimi 25 anni hanno visto la quota dei profitti sulla ricchezza nazionale salire a razzo, amputando quella dei salari, e arrivare a livelli impensabili (“insoliti”, preferiscono dire gli economisti).
Secondo un recente studio pubblicato dalla Bri, la Banca dei regolamenti internazionali, nel 1983, all’apogeo della Prima Repubblica, la quota del prodotto interno lordo italiano, intascata alla voce profitti, era pari al 23,12 per cento.
Di converso, quella destinata ai lavoratori superava i tre quarti.
Più o meno, la stessa situazione del 1960, prima del “miracolo economico”.
L’allargamento della fetta del capitale comincia subito dopo, nel 1985.
Ma per il vero salto bisogna aspettare la metà degli anni ‘90: i profitti mangiano il 29 per cento della torta nel 1994, oltre il 31 per cento nel 1995.
E la fetta dei padroni, grandi e piccoli, non si restringe più: raggiunge un massimo del 32,7 per cento nel 2001 e, nel 2005 era al 31,34 per cento del Pil, quasi un terzo.
Ai lavoratori, quell’anno, è rimasto in tasca poco più del 68 per cento della ricchezza nazionale.
Otto punti in meno, rispetto al 76 per cento di vent’anni prima.
Una cifra enorme, uno scivolamento tettonico.
Per capirci, l’8 per cento del Pil di oggi è uguale a 120 miliardi di euro.
Se i rapporti di forza fra capitale e lavoro fossero ancora quelli di vent’anni fa, quei soldi sarebbero nelle tasche dei lavoratori, invece che dei capitalisti.
Per i 23 milioni di lavoratori italiani, vorrebbero dire 5 mila 200 euro, in più, in media, all’anno, se consideriamo anche gli autonomi (professionisti, commercianti, artigiani) che, in realtà, stanno un po’ di qui, un po’ di là.
Se consideriamo solo i 17 milioni di dipendenti, vuol dire 7 mila euro tonde in più, in busta paga. Altro che il taglio delle aliquote Irpef.
Non è, però, un caso Italia. Il fenomeno investe l’intero mondo sviluppato.
In Francia, rileva sempre lo studio della Bri, la fetta dei profitti sulla ricchezza nazionale è passata dal 24 per cento del 1983 al 33 per cento del 2005. Quote identiche per il Giappone. In Spagna dal 27 al 38 per cento. Anche nei paesi anglosassoni, dove il capitale è sempre stato ben remunerato, la quota dei profitti è a record storici.
Dice Olivier Blanchard, economista al Mit, che i lavoratori hanno, di fatto, perduto quanto avevano guadagnato nel dopoguerra.
Forse, bisogna andare anche più indietro, al capitalismo selvaggio del primo ‘900: come allora, in fondo, succede poi che il capitalismo troppo grasso di un secolo dopo arriva agli eccessi esplosi con la crisi finanziaria di questi mesi.
Ma gli effetti sono, forse, destinati ad essere più profondi.
C’è infatti questo smottamento nella redistribuzione delle risorse in Occidente dietro i colpi che sta perdendo la globalizzazione e il risorgere di tendenze protezionistiche: da Barack Obama e Hillary Clinton, fino a Nicolas Sarkozy e Giulio Tremonti.
Sostiene, infatti, Stephen Roach, ex capo economista di una grande banca d’investimenti come Morgan Stanley, che la globalizzazione si sta rivelando come un gioco in cui non è vero che vincono tutti.
Secondo la teoria dei vantaggi comparati di Ricardo, la globalizzazione doveva avvantaggiare i paesi emergenti e i loro lavoratori, grazie al boom delle loro esportazioni.
E quelli dei paesi industrializzati, grazie all’importazione di prodotti a basso costo e alla produzione di prodotti più sofisticati. “E’ una grande teoria – dice Roach – ma non funziona come previsto”.
Ai lavoratori cinesi è andata bene, ma quelli americani ed europei non hanno mai guadagnato così poco, rispetto alla ricchezza nazionale.
Sono i capitalisti dei paesi sviluppati che fanno profitti record: pesa l’ingresso nell’economia mondiale di un miliardo e mezzo di lavoratori dei paesi emergenti, che ha quadruplicato la forza lavoro a disposizione del capitalismo globale, multinazionali in testa, riducendo il potere contrattuale dei lavoratori dei paesi sviluppati.
Quanto basta per dirottare verso le casse delle aziende i benefici dei cospicui aumenti di produttività, realizzati in questi anni, lasciandone ai lavoratori le briciole.
Inevitabile, secondo Roach, che tutto questo comporti una spinta protezionistica nell’opinione pubblica, a cui i politici si mostrano sempre più sensibili.
Ma il ribaltone nella distribuzione della ricchezza in Occidente è, allora, un effetto della globalizzazione?
Non proprio, e non del tutto. Secondo gli economisti del Fmi, nonostante che il boom del commercio mondiale eserciti una influenza sulla nuova ripartizione del Pil, l’elemento motore è, piuttosto, il progresso tecnologico.
Su questa scia, Luci Ellis e Kathryn Smith, le autrici dello studio della Bri, osservano che il balzo verso l’alto dei profitti inizia a metà degli anni ‘80, prima che le correnti della globalizzazione acquistino forza.
Inoltre, l’aumento della forza lavoro disponibile a livello mondiale interessa anzitutto l’industria manifatturiera, ma, osservano, non è qui – e neanche nei servizi alle imprese, l’altro terreno privilegiato dell’offshoring – che si è verificato il maggior scarto dei profitti.
Il meccanismo in funzione, secondo lo studio, è un altro: il progresso tecnologico accelera il ricambio di macchinari, tecniche, organizzazioni, che scavalca sempre più facilmente i lavoratori e le loro competenze, riducendone la forza contrattuale.
E’ qui, probabilmente, che la legge di Ricardo, a cui faceva riferimento Roach, si è inceppata.
Il meccanismo, avvertono Ellis e Smith, è tutt’altro che esaurito e, probabilmente, continuerà ad allargare il divario fra profitti e salari in Occidente.
Dunque, è la dura legge dell’economia a giustificare il sacrificio dei lavoratori, davanti alla necessità di consentire al capitale di inseguire un progresso tecnologico mozzafiato?
Neanche per idea. La crescita dei profitti, sottolinea lo studio della Bri, “non è stato un passaggio necessario per finanziare investimenti extra”.
Anzi “gli investimenti sono stati, negli ultimi anni, relativamente scarsi, rispetto ai profitti, in parecchi paesi”.
In altre parole “l’aumento della quota dei profitti non è stata la ricompensa per un deprezzamento accelerato del capitale, ma una pura redistribuzione di rendite economiche”. La lotta di classe, appunto.
venerdì 2 maggio 2008
La democrazia, bene mai acquisito, da difendere ogni giorno

Il visconte Alexis Henri Charles de Clérel de Tocqueville (Verneuil-sur-Seine, 29 luglio 1805 – Cannes, 16 aprile 1859) è stato un filosofo, politico e storico francese
Dal sito "Megachip - Democrazia nella comunicazione":
"... Può tuttavia accadere che un gusto eccessivo per i beni materiali porti gli uomini a mettersi nelle mani del primo padrone che si presenti loro. In effetti, nella vita di ogni popolo democratico, vi è un passaggio assai pericoloso. Quando il gusto per il benessere materiale si sviluppa più rapidamente della civiltà e dell'abitudine alla libertà, arriva un momento in cui gli uomini si lasciano trascinare e quasi perdono la testa alla vista dei beni che stanno per conquistare. Preoccupati solo di fare fortuna, non riescono a cogliere lo stretto legame che unisce il benessere di ciascuno alla prosperità di tutti. In casi del genere, non sarà neanche necessario strappare loro i diritti di cui godono: saranno loro stessi a privarsene volentieri...
Se un individuo abile e ambizioso riesce a impadronirsi del potere in un simile momento critico, troverà la strada aperta a qualsivoglia sopruso. Basterà che si preoccupi per un po' di curare gli interessi materiali e nessuno lo chiamerà a rispondere del resto. Che garantisca l'ordine anzitutto! Una nazione che chieda al suo governo il solo mantenimento dell'ordine è già schiava in fondo al cuore, schiava del suo benessere e da un momento all'altro può presentarsi l'uomo destinato ad asservirla.
Quando la gran massa dei cittadini vuole occuparsi solo dei propri affari privati i più piccoli partiti possono impadronirsi del potere. Non è raro allora vedere sulla vasta scena del mondo delle moltitudini rappresentate da pochi uomini che parlano in nome di una folla assente o disattenta, che agiscono in mezzo all'universale immobilità disponendo a capriccio di ogni cosa: cambiando leggi e tiranneggiando a loro piacimento sui costumi; tanto che non si può fare a meno di rimanere stupefatti nel vedere in che mani indegne e deboli possa cadere un grande popolo".
"De la démocratie en Amérique" di Alexis De Tocqueville, 1840
giovedì 1 maggio 2008
Il nuovo presidente del Senato

Riporto uno scritto di Benny Calasanzio Borsellino, pubblicato sul blog di Salvatore Borsellino.
| Scritto da Benny Calasanzio | |
| mercoledì 30 aprile 2008 22:13 | |
| "Il vostro presidente del senato Ieri per sbaglio accendo la tv e per poco mi imbottisco di esplosivo e mi faccio esplodere in Senato. Vedo Andreotti seduto sulla poltrona del Presidente. "Che cazzo ci fa un mafioso alla Presidenza del Senato?" pensai in francese. Per fortuna stava "solo" presenziando la prima seduta per anzianità. Come ricordano gli amici della Casa della Legalità, nessuno alza la mano e dice, per esempio, "non mi faccio presiedere da un mafioso" oppure qualcuno che esce dall'aula indignato. No, ormai Andreotti è perdonato. Anzi, non è mai stato colpevole, è stato assolto come ricorda orgogliosa Anna Finocchiaro. Per fortuna, dopo le votazioni non c'è più un mafioso su quella poltrona. Solo un amico dei mafiosi. Renato Schifani. Her'ryporter. Anche se sembra un bibliotecario che non vede la luce dal 1962 e nascondo in archivio i film porno scaricati da emule, Renato è stato socio di affari di usurai e mafiosi. Ad esempio era nella società la Gms, che non era una linea telefonica ma un'attività di recupero crediti. Suo socio era Antonino Garofalo, arrestato nel 1997 e rinviato a giudizio per usura ed estorsione. Prestava soldi nella zona di Caccamo chiedendo interessi del 240%. "Interessi un pò alti, colpa dell'euro, anche se non c'era" dirà Schifani. Per le altre amicizie del maghetto col riporto, vi incollo un estratto del libro I Complici, di Gomez e Abbate. P.s. Quello che leggerete non lo diranno mai in tv. Nè sui giornali italiani. Per fortuna lo fanno in Spagna. Su El Paìs. Che storia... per leggere le notizie italiane dobbiamo comprare un giornale spagnolo. Troppo gentile e troppo educato Beppe Grillo per i miei gusti... solo mandarli a fanculo? P.p.s. Caro Pio La Torre, ti ricordi quando ti uccisero perchè volevi fare una legge sulla confisca dei beni? Beh, dopo la tua morte la approvarono. Sai chi voleva cambiarla e renderla inutilizzabile? Sempre lui. Renato Schifani, attuale presidente del Senato. Progetto di legge numero 600, che modificava la tua legge e quella sui sequestri. "Schifani disse a La Loggia: ‘senti Enrico, dovresti telefonare a Nino Mandalà, perché ha detto che a Villabate Gaspare Giudice non ci deve mettere piede... e quindi c'è la possibilità di recuperare Nino Mandalà, telefonagli'. Il mafioso è quasi divertito. Tanta confusione intorno al suo nome in fondo lo fa sentire importante. Alzare la voce con i politici è sempre un sistema che funziona. E, secondo lui, anche Renato Schifani ne sa qualcosa. Dice Mandalà: ‘Simone, hai presente che Schifani, attraverso questo [il candidato di Misilmeri]... aveva chiesto di avere un incontro con me, se potevo riceverlo. E io gli ho detto no, gli ho detto che ho da fare e che non ho tempo da perdere con lui. Quindi, quando ha capito che lui con me non poteva fare niente, si è rivolto al suo capo Enrico La Loggia che, secondo lui, mi dovrebbe telefonare. Ma vedrai che lui non mi telefonerà. Mi può telefonare che io, una volta, l'ho fatto piangere? Nell'auto di Simone Castello la domanda del boss di Villabate è seguita da qualche secondo di silenzio. Poi le microspie dei carabinieri registrano la storia di un'amicizia tradita. Una storia di mafia in cui i capibastone minacciano e i politici, terrorizzati, chiedono piangendo perdono. ‘Non mi aspettavo che dovesse fare niente, che dovesse fare dichiarazioni alla stampa, ma almeno un messaggio, ‘ti do la mia solidarietà', [mr lo poteva mandare]. Stiamo parlando di un rapporto che risale alla notte dei tempi, quando eravamo tutti e due piccoli - lui è più piccolo di me - [nemmeno] mi ricordo quando ci siamo conosciuti. [Ma] suo padre... era mio padre, lui era un cristiano con i cazzi, non [come] questo pezzo di merda... [Poi siamo stati] soci in affari perché abbiamo avuto assieme una società di brokeraggio assicurativo, lui presidente e io amministratore delegato. [Andavamo] in vacanza assieme...' Il portaordini di Provenzano cerca d'interromperlo, sembra voler tentare di calmarlo: ‘Va bene, magari è il presidente [dei senatori di Forza Italia e non si può esporre]...' ‘D'accordo, però, dico, in una situazione come questa... Dio mio mandami un messaggio. [Poteva farlo attraverso] ‘sto cornuto di Schifani che [allora] non era [ancora senatore], [ma faceva] l'esperto [il consulente in materie urbanistiche] qua al Comune di Villabate a 54 milioni [di lire] l'anno. Me lo aveva mandato [proprio] il signor La Loggia. Lui [Schifani] mi poteva dire, mi chiamava e mi diceva: ‘Nino vedi che, capisci che non si può esporre però è con te, ti manda [i saluti]'. No, e invece non solo non mi manda [a dire] niente lui, ma Schifani...' ‘Dice che non ti conosce...' ‘Schifani, quando quelli là in Forza Italia, gli chiedono ‘ma che è successo all'amico tuo, al figlio dell'amico tuo' risponde ‘amico mio?...no, manco lo conosco, lo conosco a mala pena'. [Così] il signor Schifani [quando veniva a Villabate] per motivi di lavoro [la consulenza per il Comune] vedeva a me e, minchia, scantonava, scivolava, si spaventava come se... come se prendeva la rogna, capisci? Poi, un giorno, dopo la scarcerazione di Nicola, [io e La Loggia] ci siamo incontrati a un congresso di Forza Italia. Lui viene e mi dice: ‘Nino, io sai per questo incidente di tuo figlio...'. A scorrere le pagine ingiallite di quei documenti societari c'è da rimanere a bocca aperta: la Sicula Brokers viene creata nel 1979 e tra i soci, accanto a Mandalà, La Loggia e Schifani, compaiono i nomi dell'ingegnere Benny D'Agostino, il titolare delle più grandi imprese di costruzioni marittime italiane, poi condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, e di Giuseppe Lombardo, l'amministratore delle società di Nino e Ignazio Salvo, i re delle esattorie siciliane arrestati nel 1984 da Giovanni Falcone perché capi della famiglia mafiosa di Salemi. La Sicula Brokers è insomma una società simbolo di quella zona grigia nella quale, per anni, borghesia e boss hanno fatto affari. Palermo del resto è sempre stata così: nel dopoguerra i mafiosi erano i campirei dei ricchi, erano gli uomini di fatica ai quali la borghesia e l'aristocrazia delegavano l'amministrazione delle terre e dei beni. Un rapporto quasi simbiotico, spesso caratterizzato da reciproci scambi di favori. Ecco quindi che Benny D'Agostino, il socio di La Loggia, Schifani e Mandalà, viaggia nei primi anni Ottanta in Ferrari con don Michele Greco, il "papa della mafia"; ospita nelle sue proprietà i latitanti; si dedica con i prestanome di Provenzano, come il boss Pino Lipari, al controllo della spartizione degli appalti pubblici. Ecco quindi che il senatore Giuseppe La Loggia, il padre di Enrico, stando al racconto di Mandalà, si presenta da un capomafia come Turiddu Malta per domandare il suo appoggio elettorale. Un fatto quasi normale per l'epoca, tanto che del sostegno dato da Cosa Nostra a La Loggia senior parlerà anche Nick Gentile, un pezzo da novanta nella Cosa Nostra made in USA, consigliere di Al Capone e Lucky Luciano. Così le vittorie elettorali di Forza Italia nelle zone di Villabate e Bagheria, feudi di Provenzano e della famiglia Mandalà, diventano pericolose. |


