domenica 18 settembre 2011
?Ma i padroni hanno una qualche utilità sociale?!
Dom. 18.09.2011 - Dal sito web de "il Fatto Quotidiano", un articolo di Giuliano Marrucci (16.09.2011).
“Era il 1991 quando in un modesto newsgroup di smanettoni, un giovane norvegese di nome Linus Torvalds pubblicava una versione preliminare di un sistema operativo tutto nuovo. Nome in codice: Linux.
20 anni dopo quel sistema operativo gestisce la gran parte dei server web del pianeta, il 91% dei 500 supercomputer più grandi al mondo, il traffico aereo e le centrali nucleari tedesche, i computer di bordo della Bmw, 500 milioni di decoder televisivi…
domenica 20 settembre 2009
Democrazia feudale

Dom. 20.09.2009 - Da "Micromega on line" (15.09.2009), di Loretta Napoleoni, da Internazionale.it.
<< Questa settimana ricorrono due anniversari importanti: il crollo delle torri gemelle e quello della Lehman Brothers. Fiumi d’inchiostro sono stati spesi per interpretarli, ma forse è ora di smettere di guardare al passato per capire quali sono state le cause. Proviamo invece ad analizzare il presente e il futuro. Chi ha guadagnato da queste tragedie? La risposta è sconcertante: uno stato democratico ha perseguito gli interessi di un’oligarchia di privilegiati, i feudatari della globalizzazione, che detengono il potere economico-finanziario e controllano l’informazione. xxx
In difesa della democrazia feudale statunitense George W. Bush, dopo aver dichiarato la guerra al terrorismo, ha inaugurato la politica della paura. La minaccia di Osama bin Laden è stata ingigantita per giustificare una serie d’interventi armati che non servivano a sradicare la malerba del terrorismo, ma a rilanciare l’egemonia statunitense. A dirigere queste grandi manovre era il vicepresidente Dick Cheney, che lavorava per conto delle lobby petrolifere e militari, e i falchi della destra repubblicana, il nocciolo duro della moderna democrazia feudale. Sono loro i pochi eletti che pagano le costosissime campagne elettorali e che decidono chi entra ed esce dalla Casa Bianca.
Gli esperti, quelli veri, si sono accorti subito che la guerra al terrorismo non aveva nulla a che vedere con gli attentati. La questione delle fonti di finanziamento dei gruppi armati islamici è finita presto nel dimenticatoio. I 150 milioni di dollari congelati dall’11 settembre a oggi sono una cifra irrisoria, e sono soprattutto una frazione infinitesimale di quanto è stato speso per riuscire a racimolarli. Ma l’obiettivo era un altro: fare gli interessi delle lobby vicine all’amministrazione e rilanciare l’America come unica superpotenza.
È bastato poco a raggiungerlo: il prezzo del petrolio è salito alle stelle fino a quota 150 dollari al barile, quasi dieci volte i 18 dollari che costava alla vigilia dell’11 settembre. E le multinazionali del petrolio nordamericane, che l’oro nero non solo lo producono ma lo raffinano e lo commerciano per conto dei produttori arabi, hanno registrato enormi profitti. Anche l’industria della guerra, privatizzata dai predecessori di Bush, va a gonfie vele. Dai contractor – i nuovi mercenari – ai fornitori di armi, uniformi e razioni per le truppe, chiunque avesse un piede nell’arte della guerra ha trovato in Iraq e Afghanistan una vera cuccagna.
I neoconservatori hanno imposto la loro visione del mondo a tutti, anche contro la volontà delle Nazioni Unite. L’Iraq è stato invaso con una coalizione di amici di Bush, non con il consenso dell’Onu.
A tenere alta la paura del terrorismo islamico in casa ci ha pensato la fiorente industria della paura, formata da uno stuolo di professori, diplomatici, intellettuali, giornalisti, ex poliziotti, militari e mercenari diventati improvvisamente tutti “esperti di terrorismo”. Ecco i servi dei feudatari democratici, volti ormai noti che vediamo scorrere sui nostri televisori notte e giorno. Nessuno mette in dubbio le loro parole.
E veniamo al crollo della Lehman Brothers, che appena un anno fa faceva presagire una valanga di fallimenti nelle alte sfere della finanza mondiale. Non è successo niente di tutto questo. Gran parte delle grandi banche americane, con in testa Goldman Sachs, e di quelle internazionali hanno ottenuto profitti da capogiro nel secondo trimestre del 2009. E i bonus per i dirigenti sono stati da record. Naturalmente questo “miracolo” è frutto dei nostri risparmi distribuiti dalle banche centrali.
Una in particolare, la Federal reserve è stata molto generosa: nel settembre 2008 si è battuta contro il congresso americano finché non ha ottenuto un piano di salvataggio per le banche da 700 miliardi di dollari. E guarda caso tra i vincitori della crisi del credito c’è proprio la Federal reserve, un’organizzazione privata e a scopo di lucro, che ha incassato 14 miliardi di dollari di interessi negli ultimi due anni sui soldi dati in prestito agli istituti di credito in difficoltà. E tutti questi bigliettoni verdi non sono finiti nelle casse del tesoro, ma sono e saranno distribuiti come dividendi tra i suoi soci.
Anche i feudi dell’alta finanza hanno il loro peso nell’elezione dei presidenti americani. E Barack Obama lo sa bene. Infatti ha proposto di aumentare i poteri della Fed, ha confermato alla sua guida Ben Bernanke e ha richiamato alla guida dell’economia i falchi della deregulation clintoniana.
Questa lettura dei due crolli ci spinge a pensare che le loro cause siano molto più serie e radicate della follia religiosa di un branco di esaltati arabi o dell’incontrollabile avidità di giovani banchieri rampanti. Né la voglia di tornare a vivere come faceva Maometto né il desiderio di comprarsi una Ferrari bastano a produrre crisi politiche ed economiche come queste. A monte, ahimè, c’è il logoramento delle democrazie moderne e lo spostamento progressivo verso forme di governo premoderne.
(15 settembre 2009). >> xxx
domenica 13 settembre 2009
Marcello Dell'Utri - ?Il compaesano?
<< Tra '93 e '94 il piano di una strage allo stadio Olimpico: così il pentito Spatuzza ne parla ai pm toscani - Il messaggio sarebbe arrivato da Graviano, boss indicato come vicino a Dell'Utri in alcune inchieste
"Il super-attentato ha l'ok del compaesano" Le carte di Firenze che turbano la politica
di ATTILIO BOLZONI
ROMA - Prima ha parlato dell'uccisione di Paolo Borsellino con i procuratori di Caltanissetta, poi ha continuato a parlare con i procuratori di Firenze sulle stragi mafiose in Continente del 1993. E Gaspare Spatuzza, boss del quartiere palermitano di Brancaccio, soprannominato "U' tignusu" per le sue calvizie, ha cominciato dalla fine. Ha cominciato dal fallito attentato all'Olimpico, da quel massacro che nei piani di Cosa Nostra corleonese sarebbe dovuto avvenire una domenica pomeriggio allo stadio "per ammazzare almeno 100 carabinieri" del servizio d'ordine. xxx
Per fortuna, quella volta qualcosa non funzionò nei circuiti elettrici del telecomando che avrebbe dovuto far saltare in aria un'auto - una Lancia Thema - con dentro 120 chili di esplosivo. Non ci fu strage. Ma rivela oggi il pentito Gaspare Spatuzza ai magistrati di Firenze: "Giuseppe Graviano mi disse che per quell'attentato avevamo la copertura politica del nostro compaesano".
Le indagini riaperte sui massacri di diciassette anni fa sono disseminate di indizi che stanno portando gli investigatori a riesaminare uno scenario già esplorato in passato, ipotesi che girano intorno agli ambienti imprenditoriali milanesi frequentati dai fratelli Giuseppe e Filippo Graviano, boss di Palermo più volte citati - in inchieste e anche in sentenze - come vicini al senatore Marcello Dell'Utri. E' a Firenze che hanno dato a Gaspare Spatuzza lo status di pentito (è entrato nel programma di protezione su richiesta della procura toscana), è a Firenze che il mafioso di Brancaccio sta svelando tante cose su quella stagione di "instabilità" mafiose a cavallo fra il 1992 e il 1994.
Rapinatore e poi sicario - è uno dei killer di don Pino Puglisi, il parroco ucciso a Palermo nel settembre 1993 - capo del mandamento di Brancaccio, legatissimo ai Graviano, Gaspare Spatuzza dopo avere fornito una diversa ricostruzione della strage di via D'Amelio (autoaccusandosi e smentendo il pentito Vincenzo Scarantino che a sua volta si era autoaccusato dello stesso massacro), è stato ascoltato sulle bombe di Firenze e Roma e Milano, dieci morti e centosei feriti.
E poi anche sul fallito attentato all'Olimpico, quello che - se fosse avvenuto - sarebbe stato uno degli ultimi atti della strategia mafiosa nell'attacco contro lo Stato. La "comprensione" del fallito attentato dell'Olimpico potrebbe, a questo punto, diventare la chiave per entrare in tutti i misteri delle stragi.
Inizialmente le ricostruzioni poliziesche avevano fatto risalire il progetto dell'attentato nel periodo ottobre-novembre 1993, poi il pentito Salvatore Grigoli aveva indicato una data precisa (domenica 31 ottobre, la partita era Lazio-Udinese), poi ancora un altro pentito - Antonio Scarano - aveva spostato di qualche mese il giorno della strage: 6 febbraio 1994, ventiduesima giornata di campionato, all'Olimpico l'incontro Roma-Milan. Gaspare Spatuzza racconta adesso alcuni restroscena cominciando con quella frase sulla "copertura politica".
Dichiarazione che va ad aggiungersi a quelle precedenti scivolate nell'inchiesta sui "mandanti esterni" per le bombe in Continente, prima fra tutte quella di Nino Giuffrè, il capomandamento di Caccamo. Spiegava Giuffrè ai giudici di Firenze: "L'attentato dell'Olimpico doveva essere un messaggio mandato in alto loco... Sarà stato uno dei soliti colpi di testa di Leoluca Bagarella contro i carabinieri, magari perché gli avevano arrestato il cognato Totò Riina, o perché mirava ad altri discorsi, ad eventuali contatti che poi ci sono stati fra i carabinieri e parti di Cosa Nostra".
Ma Antonino Giuffrè, più che della seconda ipotesi era convinto della prima. E spiegava ancora che - in quel periodo - dentro Cosa Nostra era già stato impartito l'ordine "di appoggiare la nuova formazione politica che era Forza Italia", che Cosa Nostra non avrebbe mai più continuato con le stragi, che "se ci fosse stato l'attentato dello stadio Olimpico a Bagarella gli avrebbero senza dubbio staccato la testa: sarebbe morto".
Le indagini di Firenze si incrociano con quelle della procura di Caltanissetta su Capaci e su via D'Amelio, con quelle di Palermo sulla famosa "trattativa" fra i Corleonesi e apparati dello Stato e infine quelle di Milano sugli investimenti in Lombardia dei fratelli Graviano. Dallo sviluppo di tutte questi filoni fra qualche mese affiorerà probabilmente qualcosa di più concreto, di più chiaro. Al momento sono soltanto "spunti investigativi", sono tracce. >>
?Non sarà che "la lingua batte dove il dente duole"?
Silvio Berlusconi, 08.09.2009: "E' una follia che ci siano frammenti di Procura che da Palermo a Milano guardano ancora a fatti del '92, del '93, del '94" - "quello che mi fa male e' che gente cosi', con i soldi di tutti noi, faccia cose cospirando contro di noi che lavoriamo per il bene comune del Paese''.
Ed è un dente che duole da molto - Da "la Repubblica" del 24.09.1997, c'è di mezzo anche la BICAMERALE, DI DALEMIANA MEMORIA, a proposito, Grazie Massimo (!!):
<< BERLUSCONI: LE PROCURE MANOVRANO CONTRO DI ME - ROMA - I pentiti, pericolosi serial killer senza remore e senza coscienza, pagati dallo Stato, manovrati da giudici faziosi. Previti, un "avvocato con studio in Roma", probabile vittima di una grande montatura. Mai così netto, Berlusconi, nel dare la linea. Mai così chiaro nel chiamare killer i carnefici e vittime gli amici. "Scusa, Maurizio, vorrei tornare un momento sulla questione dei pentiti", dice. Interrompe Costanzo, che dopo un quarto d' ora a parlare di giustizia sulle poltroncine rosse del teatro Parioli aveva pensato: andiamo oltre, e gli chiedeva di politica, di Cossiga e del Centro. Invece: è il giorno di Palermo, questo, e della grande paura dell' assalto delle Procure, della denuncia del "clima intollerabile" in nome del quale non si può proseguire sulla via delle riforme. Ma lei pensa che il Pds abbia un ruolo a creare questo clima?, gli chiedono fuori dal teatro, e lui: "Mi piacerebbe poter rispondere di no". Non riesce a rispondere di no, tuttavia, riesce solo a premettere: "Io sono tranquillo, ho un' interna sicurezza e nervi d' acciaio, dopo 40 anni di lavoro, ma sapeste che fatica...". Non ho paura, io. Sono calmo, nonostante "la gravità della situazione sia sotto gli occhi di tutti". E così, via con l' attacco ai pentiti, "ma ristabiliamo l' ordine: non sono io che attacco i giudici, io che attacco i pentiti: sono loro che attaccano me". Poi, in francese: "Che animale cattivo, quando lo attaccano si difende... Serve una nuova legge, bisogna fermare i pentiti a gettone, è chiaro". Così come è chiaro che fra i tre punti "strutturali" che Berlusconi chiede siano trattati in Bicamerale - federalismo, sussidiarietà (cioè meno Stato più privato), giustizia - è l' ultimo che gli sta davvero a cuore quando dice: "Ora D' Alema deve passare dalle parole ai fatti e dimostrare in concreto che è un liberale, un garantista", o quando annuncia: "D' ora in avanti mi occuperò di giustizia con più frequenza e in maniera più precisa". Con più frequenza, promette. Solo se sarà possibile discutere e trattare su questi punti la Bicamerale, "che io per primo ho voluto e sostenuto", potrà proseguire nella scrittura delle riforme ed avere un consenso che non sia solo "una maggioranza risicata, perchè non è così che si riscrive la Costituzione". Da cui si evince che, per ora, la minaccia non è quella di abbandonare la Bicamerale alla maniera leghista, ma di fare ostruzionismo, opposizione, votare contro. Palermo, dunque. I pentiti-killer. "Non cambio una virgola di quello che ho detto. Al di là del singolo episodio (il caso Puglisi, ndr) i nostri candidati a Palermo rinunciano perchè hanno paura di fare la fine di Berlusconi. Noi gli proponiamo di candidarsi, loro parlano coi loro avvocati, coi dirigenti delle loro aziende, coi consulenti fiscali poi dicono non ce la sentiamo, grazie, non vorremmo essere perseguitati dalle Procure o dalla Guardia di finanza. Avremo un candidato, alla fine, e sarà uno di noi molto autorevole, ma è pazzesco quello che sta succedendo, io non auguro a nessuno quello che è successo a me". Un castello di accuse, dice, costruite dai giudici sulla base delle parole dei pentiti. I giudici, "che non sono uomini sacri ma impiegati dello Stato che hanno vinto un concorso, e c' è un gruppo di loro, una lobby, che ha preso il potere, costruisce le accuse sulla base di teoremi non provati e poi attraverso i media amici, incrimina incrimina qualcosa resterà". I pentiti, "serial killer senza remore, uomini che hanno ucciso 50, 100 volte non sanno neanche loro quante e non possono essere pentiti perchè ci vorrebbe una coscienza che loro non hanno, per pentirsi. Si pentono per opportunità, perchè ottengono protezione e soldi dallo Stato, ce ne sono alcuni che hanno avuto due o tre miliardi di premio, soldi nostri, ma vi rendete conto che questo è persino un incentivo a delinquere, per i giovani. E' vantaggiosissimo: rubi uccidi fai strage ti fai ricco poi se ti prendono ti penti subito, ti lasciano tutti i tuoi beni ti proteggono e proteggono la tua famiglia, ti danno soldi e premi. Cosa ha da perdere, un pentito, e come ci si difende da lui? Se non fosse tragico sarebbe ridicolo: ci sono uomini, gli stessi, che sono giudicati credibili da una Procura e inaffidabili da un' altra. Siccome si tratta di giustizia politica, è credibile il pentito che parla contro Andreotti ma non lo è più se parla d' altri". Una vera filippica, in effetti, che si chiude così: "I pm, ai pentiti, fanno dire quello che vogliono. E' un meccanismo sottile, ma chiaro. Il pentito sa benissimo quello che quel giudice amerebbe sentirsi dire: 'E poi ho visto anche..., c' era pure..., ho appreso da altri che...' . Facendolo, dicendolo ottiene la benevolenza del magistrato, il suo favore, qualche possibilità in più di ottenere benefici. Allora io dico: facciamo come in America, come in altri paesi. Diamo un termine ai pentiti per parlare: sette giorni dall' arresto, dieci. Ma non possono stare lì anni, ed essere usati a gettone, come un juke box". Detto questo, basta un passaggio su Previti: "Un avvocato con studio in Roma, di cui Fininvest rappresentava il 20 per cento della clientela. Non voglio assumere la sua difesa, ma leggendo le carte ho pensato: è possibile che sia una grande montatura, che si voglia creare il mostro. E' un povero paese quello in cui i processi si fanno in tv o sui giornali". In coda, due parole di politica. Un invito a Cossiga, "che metta la sua esperienza politica al servizio dei moderati, perchè un polino del 4 per cento che galleggia fuori dagli schieramenti fa il gioco delle sinistre". E se il Ccd uscisse dal Polo? Silenzio. "Meglio che non risponda, a questa. Me ne vengono in mente tre di risposte, una peggio dell' altra". - Concita Di Gregorio >> xxx
domenica 16 agosto 2009
Carabinieri, non tutti al di sopra di ogni sospetto

Dom. 16.08.2009 - Da "l'AnteFatto", uno scritto di Marco Travaglio (14.08.2009).
<< BOCCA DELLA VERITA' - Meno male che c’è Giorgio Bocca, ultimo grande vecchio del giornalismo italiano, che a quasi novant’anni ha avuto il coraggio di scrivere sull’ultimo numero dell’Espresso ciò che tutti sanno, ma nessuno osa dire: e cioè che anche insigni esponenti dell’Arma dei carabinieri hanno avuto (e probabilmente hanno ancora) una parte importante nella connivenza-convivenza fra Stato e mafia. Bocca non ha scritto, naturalmente, ciò che qualche furbastro tenta di attribuirgli per squalificare il suo pensiero: e cioè che “i Carabinieri”, nel senso di tutti e di sempre, hanno convissuto e convivono con Cosa Nostra. xxx
Ha scritto invece che: “il problema numero uno della nazione non è il conflitto fra il legale e l'illegale, fra guardie e ladri, fra capi bastone e le loro vittime inermi, ma il loro indissolubile patto di coesistenza. L'essere la mafia la mazza ferrata, la violenza che regola economia e rapporti sociali in province dove la legge è priva di forza o di consenso. Eppure la maggioranza degli italiani non se ne vuol convincere, si rifiuta di crederlo e quando il capo della mafia Totò Riina fa sapere che l'assassinio del giudice Paolo Borsellino è stato voluto o vi hanno partecipato i tutori dell'ordine, ufficiali dei carabinieri o servizi speciali, il buon italiano si dice: è l'ultima scellerataggine di Riina, mette male nel nostro virtuoso sistema sociale… Massimo Ciancimino, il figlio del sindaco mafioso di Palermo, ha detto o lasciato capire che i carabinieri 'nei secoli fedeli' si attennero nelle operazioni di mafia ad attenzioni speciali, clamorosa quanto rimasta senza spiegazioni credibili la mancata perquisizione nella villetta in cui Riina aveva abitato e guidato per anni la ‘onorata società’… Una ragione del ‘comportamento speciale’ della più efficiente polizia italiana verso la mafia c'è ed è evidente: i carabinieri, come la mafia, non sono qualcosa di estraneo e di ostile alla società siciliana, fanno parte e parte fondamentale del patto di coesistenza sul territorio, di controllo del territorio condiviso con la Chiesa e con la mafia”.
Apriti cielo: una raffica di Gasparri, Cicchitto, Latorre, Minniti, La Russa, Casini, Maroni - insomma tutti i partiti tranne Leoluca Orlando (Idv) - ha investito il grande giornalista. Casini ha osato persino dargli dell’ ”infame”: lui, il leader del partito di Totò Cuffaro, con una densità di imputati di mafia che nemmeno a Corleone. Anche i soliti impuniti del Giornale berlusconiano, tradizionali protettori dell’ala deviata dell’Arma, hanno sparato a palle incatenate contro Bocca. Il gioco è semplice e spudorato: far dire a Bocca che tutti i carabinieri sono mafiosi. Il che, oltrechè una palese falsità, è anche una sciocchezza e un sintomo di ignoranza storica: nel 1982, poco prima di morire nei suoi 100 giorni a Palermo, il generale dei carabinieri Carlo Alberto Dalla Chiesa (promosso superprefetto senza poteri dal governo dell’epoca) chiamò proprio Bocca per dettargli la sua ultima intervista-testamento sulla mafia. Da grande giornalista e storico antimafia, Bocca sa benissimo che Cosa Nostra ha eliminato nella sua storia anche 33 carabinieri, oltre a centinaia fra magistrati, giornalisti, poliziotti, sindacalisti, politici, cittadini comuni. Ma sa anche che erano carabinieri coloro che inscenarono la pantomima dell’omicidio di Salvatore Giuliano per coprire i mandanti di Portella della Ginestra; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello De Donno che trattavano con il mafioso Vito Ciancimino durante le stragi del 1992 e che, secondo Ciancimino jr., ricevettero il celebre “papello” di Totò Riina, ma si guardarono bene dal denunciare alla magistratura quell’estorsione mafiosa allo Stato; che erano carabinieri gli ufficiali filmati per ultimi in via d’Amelio mentre portavano via la borsa di Paolo Borsellino appena assassinato, borsa contenente (secondo la vedova del giudice) la famosa “agenda rossa” scomparsa; erano carabinieri gli uomini del Ros che arrestarono Riina il 15 gennaio ’93, ma “dimenticarono” di perquisirne il covo, lasciandolo svuotare con tutte le sue carte compromettenti dai mafiosi rimasti a piede libero e ingannando la Procura di Palermo; che sono carabinieri il generale Mori e il colonnello Obinu, imputati a Palermo per favoreggiamento alla mafia con l’accusa di aver lasciato scappare Provenzano nel 1995; che sono carabinieri il generale Ganzer (nientemeno che comandante del Ros) e alcuni suoi uomini imputati a Milano per traffico di droga; e che sono ancora carabinieri quelli che nel 2005 perquisirono la casa di Ciancimino jr., ma si scordarono di aprire la sua cassaforte, in cui secondo il padrone di casa era all’epoca custodito il papello di Riina; e potremmo andare avanti ancora.
Su queste vicende gravissime, i vertici dell’Arma sono rimasti “nei secoli silenti”: mai una parola, mai un provvedimento per censurare certe condotte indecenti e per allontanarne o almeno sospenderne i responsabili (l’assoluzione di Mori per il covo di Riina, per esempio, parla di pesanti responsabilità disciplinari, rimaste ovviamente impunite). Silenzio di tomba, copertura totale (esattamente come fa la Polizia di Stato con i torturatori e i picchiatori del G8 di Genova 2001, vedi Diaz e Bolzaneto). Invece, rompendo una lunga tradizione di silenzio stampa, il comando generale dell’Arma ha deciso di replicare a Bocca con un comunicato del generale Leonardo Gallitelli che “respinge con fermezza e con indignazione” le “ingiustificate e infamanti accuse che si risolvono nella delegittimazione dell'operato di fedeli servitori dello Stato”. Il generale fa il furbo, scrivendo che Bocca “sorprendentemente accosta Dalla Chiesa a figure come Totò Riina e Massimo Ciancimino, entrambi arrestati dai Carabinieri”. Già, peccato che quegli stessi carabinieri del Ros (Mori e De Donno) stessero trattando col mafioso Riina tramite il mafioso Ciancimino, come hanno essi stessi ammesso dinanzi alla magistratura, ma solo quando non potevano più negarlo (ne aveva parlato Giovanni Brusca, persino lui più pronto di loro a raccontare la verità). Profittando dell’improvvisa loquacità del Comando Generale, sarebbe interessante sapere se i vertici dell’Arma erano informati di quella trattativa; e chi l’aveva autorizzata; e perché uomini in divisa negoziavano con noti mafiosi mentre Falcone, Borsellino e gli uomini delle scorte saltavano in aria a Capaci e in via d’Amelio; e perché sono ancora al loro posto, anzi hanno fatto carriera. Finchè il generale Gallitelli o chi per lui non risponderà a queste domande, è meglio che lasci in pace Giorgio Bocca.
Anche perché ciò che il grande giornalista ha scritto sull’Espresso è ampiamente confermato dalle sentenze definitive sulla strage di via d’Amelio: per esempio quella emessa il 18 marzo 2002 dalla Corte d’assise d’appello di Caltanissetta nel processo Borsellino-bis, confermata dalla Cassazione il 3 luglio 2003, a carico dei mandanti diretti (ma non di quelli occulti, esterni a Cosa Nostra). Chi volesse darci un’occhiata, trova le sentenze sul sito della rivista Antimafia 2000 e su quello di Salvatore Borsellino (19luglio1992.org). Al capitolo V (pagina 732 e seguenti), i giudici esaminano la possibile convergenza di interessi palesi e occulti nella strage, individuando tre moventi che portarono all’accelerazione della fase esecutiva dell’omicidio Borsellino. Questi: 1) L’intervista rilasciata il 21 maggio 1992 da Borsellino ai giornalisti francesi Fabrizio Calvi e Jean Pierre Moscardo, in cui si parla del riciclaggio del denaro mafioso al Nord e di un’indagine ancora aperta sui rapporti fra Berlusconi, Dell’Utri e lo “stalliere di Arcore” Vittorio Mangano, ”testa di ponte dell’organizzazione mafiosa nel Nord Italia per il traffico di eroina”. “Non è detto – scrivono i giudici di appello a pagina 756 - che i contenuti di quell’intervista non siano circolati tra i diversi interessati, che qualcuno non ne abbia informato Salvatore Riina e che questi ne abbia tratto autonomamente le dovute conseguenze, visto che, come abbiamo detto in precedenza, questa Corte ritiene, come Brusca e non come Cancemi, che il Riina possa aver tenuto presente nel decidere la strage gli interessi di persone che intendeva ‘garantire per ora e per il futuro, senza per questo eseguire un loro ordine o prendere formali accordi o intese o dover mantenere promesse’…”. 2) “La seconda ‘anomalia’ o ‘patologia’ che spiega l’anticipazione della strage – aggiunge la Corte a pagina 758 - attiene alla vicenda della ‘trattativa’ con Cosa nostra di cui ha parlato Giovanni Brusca.
Le indicazioni che offre il Brusca sono illuminanti. Per Brusca, Borsellino muore il 19 luglio 1992 per la trattativa che era stata avviata fra i boss corleonesi e pezzi delle istituzioni. Il magistrato era venuto a conoscenza della trattativa e si era rifiutato di assecondarla e di starsene zitto. Nel giro di pochi giorni dall’avvio della trattativa Borsellino viene massacrato”. E’ la trattativa di Mori e De Donno con i vertici di Cosa Nostra tramite Ciancimino: “Non disponiamo di riscontri al se, come e quando Borsellino abbia saputo della trattativa che era stata avviata. Che la trattativa vi sia stata è stato confermato dal generale Mori e dal capitano De Donno. E che Riina legasse la strage eseguita e quelle pianificate dopo Capaci a questa trattativa ci è dichiarato a chiare lettere da Brusca… L’ufficiale (Giuseppe De Donno) precisava che l’obiettivo ultimo era di arrivare ad una collaborazione formale del Ciancimino ma che la proposta iniziale era stata di farsi tramite, per conto dei carabinieri, di una presa di contatto con gli esponenti dell’organizzazione mafiosa per un dialogo finalizzato all’immediata cessazione della strategia stragista (…).
In tutti i casi, questa vicenda rappresenta un fattore che ha interferito con i processi decisionali della strage. Al di là delle buone intenzioni dei carabinieri che vi hanno preso parte, chi decise la strage dovette porsi il problema del significato da attribuire a quella mossa di rappresentanti dello Stato; il significato che vi venne attribuito, nella complessa partita che si era avviata, fu che il gioco al rialzo poteva essere pagante” (pagine 765-766). In parole povere: anziché fermare le stragi, la trattativa del Ros le incentivò e le moltiplicò. Infatti, dopo Capaci, vi fu subito via d’Amelio e, visto che i due alti ufficiali dell’Arma continuavano a trattare, venne pianificata la strategia terroristica del 1993 (che sfociò nelle bombe di Roma, Milano e Firenze fra il maggio e il luglio del 1993). 3) “La terza chiave interpretativa dell’‘anomalia’ e ‘patologia’ nella tempistica della strage si aggancia alla proposta (da parte del governo dell’epoca, ndr) di Paolo Borsellino quale candidato al posto di Procuratore nazionale antimafia dopo la morte di Giovanni Falcone” (pagina 767). Ce n’è abbastanza per dare ragione a Giorgio Bocca e torto ai suoi infami detrattori. E per dimostrare ancora una volta, semmai ve ne fosse bisogno, che non è più questione di destra o di sinistra. Oggi la scelta è fra il partito della menzogna, dell’impunità e dell’oblio, e quello della verità, della giustizia e della memoria. >> xxx
domenica 26 luglio 2009
Sabella: ''Patto mafia-Stato? potevamo scoprire tutto 10 anni fa''
<< di Nicola Biondo - 25 luglio 2009
Il patto tra stato e mafia? Chi ha lavorato come me da magistrato in Sicilia lo ha visto nel corso degli anni. Si è estrinsecato in mille modi... Io ne sono stato una delle vittime». Alfonso Sabella, 46 anni, ex pm della Procura di Palermo negli anni ’90, ha arrestato decine di boss latitanti di Cosa nostra: da Giovanni Brusca a Leoluca Bagarella da Pietro Aglieri a Vito Vitale. Il cacciatore di mafiosi, il giudice-sbirro, come si autodefinisce, dal suo ufficio al tribunale di Roma segue con enorme interesse le indagini dei suoi colleghi siciliani. Con un rimpianto: «Tutto quello che sta avvenendo oggi potevamo scoprirlo 10 anni fa. Abbiamo perso un occasione ma sono fiducioso». xxx
Dottor Sabella perché questo rimpianto?
«Perché che ci fu una trattativa a cavallo delle stragi di Capaci e via D’Amelio lo avevano capito anche i sassi. Ma precise volontà hanno creato un tappo alle indagini».
Si riferisce al papello a quella lista che Riina secondo alcuni testimoni avrebbe inviato allo Stato?
«Anche. Questa vicenda che adesso sembra una spy-story è fatta di sangue e trattative, di cui qualcuno dovrebbe sentire il peso morale».
Si riferisce al generale Mori o all’ex ministro Mancino che solo oggi ammette che la mafia provò a trattare?
«Posso solo dire che avviare una trattativa embrionale dopo la strage di Capaci con i corleonesi significava mandare automaticamente un messaggio: che il metodo stragista è pagante. Anche se mi rimane un dubbio. Mi sono sempre chiesto se uomini dello stato non abbiano avvicinato emissari della mafia subito dopo il delitto Lima, due mesi prima della strage di Capaci. Quella morte è davvero uno spartiacque. Quel delitto presuppone la fine di un patto e l’avvio di una trattativa».
E arriviamo a Capaci.
«A via D’Amelio. Perché vede Capaci ha di eclatante solo la modalità. Tutti i mafiosi dicono che nelle riunioni preparatorie si parlava di Falcone e di uccidere i politici che avevano tradito. Ma non parlano di Borsellino come di un obiettivo preciso. È la strage del 19 luglio ad essere completamente anomala. Apparentemente il peggior affare di Cosa nostra. Riina, dai colloqui che Ciancimino intratteneva, aveva capito che il sangue era il mezzo con il quale arrivare ad un patto. E per favore non si dica più che fu una vendetta perché il governo aveva emanato il 41bis. Quel decreto non aveva i numeri per poter essere convertito in legge. E invece con la strage cambia tutto e si apre il carcere duro per i mafiosi».
Qual è la sua idea allora?
«Brusca e altri ci dicono che la fissazione di Riina era ottenere la revisione del maxiprocesso che aveva condannato all’ergastolo proprio Riina. Dal carcere davanti ai giornalisti nel 1994 il boss dice: “Perchè quando esco che ho la moglie ancora giovane”. Borsellino non avrebbe mai accettato nulla del genere. Ma vorrei aggiungere una cosa».
Prego.
«Con le norme attuali oggi quel processo voluto fortissimamente da Falcone e Borsellino e pochi altri si risolverebbe in una pioggia di assoluzioni. Se si fosse arrivati alla revisione con le norme attuali Riina sarebbe stato assolto».
Cosa pensa dell’uscita di Riina su fatto che la strage di via D’Amelio non è cosa sua?
«Forse ha capito, o qualcuno gli ha suggerito, che questo è il momento di intorbidare le acque. Non ho mai avuto dubbi che la strage sia stata messa in piedi dagli uomini più fidati di Riina. Tutto si basa sul racconto di Scarantino, ma chi lo ha indotto a mettersi in mezzo? L’ho interrogato a lungo. Non gli ho dato credito nemmeno quando si accusava di omicidi. Quella strage è ideata e attuata da uomini di Riina: i Graviano e i Madonia. E serviva ad alzare il prezzo della trattativa».
Poi però Riina finisce nella rete.
«Certo è il sacrificio umano che Provenzano compie. È lui che dopo via D’Amelio si intesta la trattativa ma su altre basi. Basta con il sangue – dice al popolo di cosa nostra - e non impedisce al Ros, che ha ricevuto la soffiata giusta da persone legate a lui, l’arresto del suo compare Riina».
È anche strano che Di Maggio, quello che ha fisicamente indicato Riina al Ros dica che Provenzano è morto e quindi è inutile cercarlo.
«Mi limito a rivelare che il RoS di Mori e Subranni dall’arresto di Riina in poi non fa più un’operazione degna di questo nome».
Il nuovo patto si consolida con l’arresto di Riina?
«È un passaggio fondamentale ma non è l’unico. Il primo aprile 1993 c’è una riunione di tutti i capi per decidere le stragi. Provenzano ha già fatto sapere che non le vuole in Sicilia e non partecipa. La risposta di Bagarella è chiara: perché il mio paesano non se ne va in giro con un cartello al collo e ci scrive pure che lui con le stragi non c’entra”….»
Si dissocia insomma.
«Ecco, la parola dissociazione va di pari passo con la trattativa. E intanto Provenzano conquista la leadership e macina ricchezza. Poi nel 1997 c’è un altro indizio di questo accordo».
Quale?
«Il fatto che il pentito Di Maggio, gestito dal Ros, scatena una guerra contro i suoi nemici utilizzando come manovalanza mafiosi che risultano essere confidenti dello stesso Ros. E parte la polemica contro la nostra procura e i pentiti perché Di Maggio è proprio quello che ha raccontato il famoso bacio di Riina ad Andreotti. E mentre noi indaghiamo su queste vicende la Procura di Caltanissetta affida in esclusiva allo stesso Ros di Mori le indagini sui mandanti esterni delle stragi».
E anche qui c’è un filo che lega molte cose. E si arriva all’altro obiettivo della trattativa. Quale?
«La dissociazione di cui il capo della procura di Caltanissetta Giovanni Tinebra, tra i tanti, è convinto assertore».
Di cosa si tratta?
«È una vecchia idea che viene suggerita a Provenzano. I mafiosi devono fare una dichiarazione in cui si arrendono ma non sono costretti a fare i nomi dei loro complici. In compenso escono dal 41 bis ed evitano qualche ergastolo».
Chi e quando la propone?
«Ne aveva parlato Ilardo per primo nel 1994. Poi nel 2000 otto boss fanno sapere che vogliono dissociarsi e chiedono un legge ad hoc. Io sono al Dap. Mi oppongo a questa soluzione e con me ci sono Caselli e il ministro di allora Fassino».
E finisce li?
«No, perché la cosa si ripropone di nuovo nel 2001 quando scopro che questa volta sono coinvolte tutte le mafie italiane a chiedere la dissociazione e che l’ambasciatore è Salvatore Biondino legatissimo a Riina. Solo che stavolta pago la mia opposizione e il mio ufficio viene soppresso proprio da Tinebra che intanto aveva sostituito al Dap Caselli. Molto tempo dopo si scopre ed è tutt’ora oggetto di un’inchiesta della procura di Roma che il magistrato che Tinebra ha messo al mio posto al Dap collaborava proprio con il Sisde di Mori nella gestione definita anomala di alcuni detenuti e aspiranti collaboratori di giustizia».
In che modo ha pagato?
«Sono passato alla storia non come quello che ha arrestato Brusca e gli altri ma come il torturatore di Bolzaneto.... Questa macchia mi è rimasta e il Csm, guarda caso diretto da Mancino, occulta i documenti che provavano la mia estraneità ai fatti di Genova ed emette nei miei confronti un provvedimento infamante. E fa di più: quando mi lamento di tutto questo dal Csm viene comunicata all’Ansa la notizia che mi sarei candidato nelle liste di AN. Una falsità.
Quando inizia a capire di stare pagando quel no alla trattativa?
«Quando vengo a sapere che i servizi, con Pio Pompa legato alla Telecom, aprono un fascicolo su di me. Era parte di un operazione che coinvolgeva anche politici e altri colleghi. Ho chiesto di essere tutelato dal Csm. Ma sono stato lasciato solo».
Lei dice di essere una vittima di questo patto che Provenzano avrebbe sottoscritto con uomini dello stato in cambio di una nuova pace e molto silenzio. Secondo lei si riusciranno a trovare delle prove?
«Non credo che Provenzano abbia lasciato prove. Credo che ci siano responsabilità morali in questa storia e una serie di vicende ancora da chiarire. Ma una cosa la so: con la mafia non si tratta perché nel migliore dei casi, come il messaggio di Riina dimostra, ci si pone sotto ricatto». >> xxx
lunedì 13 luglio 2009
domenica 14 giugno 2009
Indagato per favoreggiamento di "cosa nostra" il vicepresidente della Commissione antimafia, Carlo VIZZINI, senatore PDL
Dom. 14.06.2009 - Da "la Repubblica.it" (11.06.2009).
" Indagini sul tesoro di Ciancimino
Vizzini si dimette dall'Antimafia
Il senatore Pdl è indagato per concorso in corruzione aggravata dal favoreggiamento di Cosa Nostra con altri tre parlamentari siciliani, i senatori dell'Udc Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola e il deputato dell'Udc Saverio Romano
di Alessandra Ziniti xxx
Dovranno spiegare ai pm della Dda di Palermo a che titolo hanno intascato quei soldi provenienti dal conto "Mignon" dove Vito Ciancimino nascondeva le sue provviste. Soldi prelevati dal figlio di don Vito, Massimo, per conto di Gianni Lapis, il tributarista accusato di aver gestito il tesoro dell’ex sindaco di Palermo. Insieme all’avviso di garanzia per concorso in corruzione con l’a ggravante dell’articolo 7, cioè di aver favorito Cosa nostra, Carlo Vizzini (nella foto), del Pdl, Saverio Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola, dell’Udc, i quattro parlamentari finiti nel gran calderone dell’ultima inchiesta eccellente della Procura di Palermo hanno ricevuto un avviso a comparire per il prossimo 17 giugno.
L’indagine aperta a loro carico, dopo le dichiarazioni rese da Massimo Ciancimino nella sua nuova veste di collaboratore di giustizia, era stata anticipata da "Repubblica" il 14 marzo scorso. Ma alcuni degli indagati, su tutti il senatore Vizzini, aveva respinto le accuse, precipitandosi in Procura per annunciare subito dopo di aver denunciato Ciancimino e di aver ricevuto assicurazioni di non essere indagato.
Oggi, invece, dopo aver ricevuto ieri a tarda sera l’informazione di garanzia, Vizzini ha rassegnato le sue dimissioni dalla Commissione antimafia di cui era vicepresidente. "Ho la serenità di chi sa di essere estraneo ad ipotesi di reato e di potere compiutamente rispondere ai magistrati. Adesso si potrà fare luce sulle verità, mettendo fine al lungo e spesso velenoso chiacchiericcio che negli ultimi mesi mi ha accompagnato". Saverio Romano, segretario dell’Udc siciliana, appena eletto al Parlamento europeo, commenta così il provvedimento giudiziario: "L'avviso di garanzia che ho ricevuto qualche mese fa attraverso i giornalisti di Repubblica e oggi formalmente dalla Procura di Palermo mi lascia del tutto sereno perche' so di non avere mai intrattenuto rapporti di alcun genere con Ciancimino".
Secondo le accuse di Massimo Ciancimino, il denaro proveniente dal conto veniva distribuito ai capi partito o ai capi corrente, che poi avevano il compito di agevolare l'aggiudicazione degli appalti e la concessione dei lavori per la metanizzazione nei vari paesi dell'isola. A riscontro delle dichiarazioni del figlio di Don Vito, ci sono anche parziali ammissioni del tributarista Lapis, già raggiunto da avviso di garanzia due mesi fa, ma anche documenti, intercettazioni ambientali e telefoniche che sono state rilette dagli investigatori dei carabinieri di Monreale e che ora saranno trasmesse al Parlamento insieme alla richiesta di utilizzazione.
(11 giugno 2009) " xxx
domenica 31 maggio 2009
sabato 30 maggio 2009
La vicenda "papi" vista con occhi campani - ISSO, ESSA E 'A MALAVITA

Sab. 30.05.2009 - Dal sito "La Voce delle Voci", uno scritto di Rosita Praga (29.05.2009).
" A Napoli gli investigatori della Direzione Antimafia stanno indagando sui possibili collegamenti fra Elio Benedetto Letizia, il padre dell'ormai celebre Noemi, e il ceppo che a Casal di Principe ha visto per anni egemone il clan capitanato da Armando, Giovanni e Franco Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola, area Bidognetti. Tutti alleati degli Scissionisti di Secondigliano. Qui, nell'attesa di sviluppi giudiziari, proviamo a mettere in fila alcune impressionanti coincidenze, con le tessere di un puzzle che vanno al loro posto una dopo l'altra. Ed un Paese che, se le ipotesi investigative fossero confermate, si troverebbe a dover raccogliere la sfida finale. xxx
Potrebbe suonare solo come un'omonimia, un cognome strano, uguale al nome di una donna. E che ricorre. Poi il cerchio delle coincidenze comincia a stringersi. E prende corpo l'ipotesi che Benedetto Letizia detto Elio, padre dell'aspirante starlette Noemi, lungi dall'essere mai stato autista di Craxi o militante di Forza Italia o qualsiasi altra boutade messa in circolazione, sia originario dello stesso ceppo di Casal di Principe dal quale provengono Franco e Giovanni Letizia, gruppo di fuoco del boss Giuseppe Setola. Lo stesso commando capace di sparare in fronte ed ammazzare sei extracomunitari in un colpo solo per avvertire gli altri che, se si intende trafficare droga in zona, bisogna sottostare alle regole. E pagare.
Ma chi e' veramente Benedetto-Elio Letizia? Da Castelvolturno all'Agro Aversano fino a Secondigliano, molti lo sanno fin dall'inizio di questa storia. Ma non parlano. Tacciono di fronte ai tanti cronisti venuti da ogni parte del mondo. Pero' a Enrico Fierro, inviato dell'Unita', qualcuno ha detto: lascia stare, su questa storia meglio non metterci le mani. Bolle, scotta. Il cinquantenne Benedetto Letizia, noto finora al Comune di Napoli (dove e' in servizio) piu' che altro per un vecchio inciampo giudiziario - fu arrestato nel 1993 nell'ambito di un'inchiesta sulle compravendite di licenze commerciali - per tutti e' un uomo tranquillo. E anche la gazzarra di visure camerali e catastali messa su dai giornali, non ha potuto scoprire altro che modesti immobili intestati a Noemi e un paio di societa' dedite al commercio di profumi. Solo una bufala, allora, la storia della parentela? Non dimentichiamo - dice un attento osservatore di queste dinamiche - che molto spesso i clan si servono proprio di personaggi puliti, o quasi, per tenere i contatti con esponenti delle istituzioni.
A gettare benzina sul fuoco, realizzando la classica excusatio non petita, sono poche settimane fa alcuni giornalisti del casertano. Ventiquattr'ore di fuoco, quel 19 maggio. Dopo la cattura in Spagna del boss Raffaele Amato, a Secondigliano un blitz porta in manette quasi cento persone ritenute affiliate agli Scissionisti. In nottata arriva l'arresto a San Cipriano d'Aversa del boss Franco Letizia, uno fra i cento latitanti piu' ricercati d'Italia. E siamo proprio negli stessi giorni in cui, fra gossip e cronaca, i giornali, le tv e il web sono letteralmente invasi da quel nome: Letizia. Alle 12 e 18 in punto nelle redazioni arriva un lancio Ansa. E' firmato dalla giovane corrispondente casertana Rosanna Pugliese: nessuna parentela - si legge - tra l'arrestato Franco Letizia ed il papa' di Noemi, lo affermano gli inquirenti che operano nel casertano. Che bisogno c'era di quella perentoria smentita, a fronte di una notizia mai data? E soprattutto, perche' rifarsi ad un termine generico come gli inquirenti, senza precisare se si tratta della squadra mobile, della Procura (di Napoli o di Caserta?) oppure di altre forze dell'ordine? Un sito locale, Caserta Sette, non perde l'occasione per rilanciare la non-notizia. E con tono stizzito se la prende con chiunque osi pensare che esista quella parentela.
Mentre scriviamo, alla Voce risulta invece che sono in corso indagini top secret alla Procura di Napoli proprio per accertare il possibile collegamento fra i Letizia di Secondigliano (Benedetto detto Elio, ma anche altri suoi stretti congiunti) e il clan Letizia affiliato ai Casalesi. Un legame che, se fosse accertato, nella vicenda Papi, spiegherebbe tutto. O quasi. Qualcuno, in Campania ed oltre, sa bene da tempo cosa significa pronunciare alcuni grossi nomi. E perche', se telefona uno con quel nome, se si spinge fino a chiedere a un leader politico di mostrarsi alla nazione intera, intervenendo ad una festa di paese, lui potrebbe essere costretto ad acconsentire. Ma in ossequio alla ragion di stato sarebbe obbligato a far credere - perfino alla moglie e ai figli - che si tratti d'una storia di corna e minorenni, piuttosto che rivelare al Paese e al mondo la verita'.
Scrive Fierro sull'Unita' del 22 maggio: La camorra, soggetto da maneggiare con cura in questa storia. Anche se i tanti set di questo reality non aiutano a tenerla a debita distanza. Secondigliano (il quartiere monstre dove i Letizia hanno alcune loro attivita'); Portici, la citta'-quartiere dove vivono Noemi e sua madre, e Casoria, il paesone della festa. In ognuno di questi luoghi i clan hanno un controllo ferreo del territorio. Sanno tutto. Di tutti. In attesa delle conclusioni alle quali giungeranno i pm della Dda, noi qui proviamo a mettere insieme le tessere del puzzle. Che cominciano a combaciare in maniera impressionante. Se risultasse provato il collegamento fra i Letizia, sarebbe allora piu' realistico immaginare quale sia stato il vero motivo di quell'appuntamento cui il premier, suo malgrado, non poteva mancare, pur avendo cercato con ogni mezzo fin dalla mattina - e poi nelle frenetiche telefonate fatte in quei misteriosi 50 minuti di sosta dentro l'aereo, a Capodichino - di sottrarsi. Alla fine va. E resta per quasi un'ora a colloquio riservato - dice chi c'era - con Elio Benedetto Letizia, prima di darsi in pasto ai fotografi.
IL POTERE DI GOMORRA
Troppo forte, il potere d'intimidazione di quella holding multinazionale che, come ci ha raccontato Gomorra, comunica i suoi messaggi attraverso i simboli. L'uomo accusato di essersi portato via la donna di un boss, per esempio, viene crivellato non alla testa o al cuore, ma mmiez e palle; quello che ha tradito gli accordi, facendo catturare uno del clan, dovra' essere incaprettato, legato come un capretto sul banco della macelleria, e fatto ritrovare nella posa piu' grottesca e mostruosa che si possa immaginare per un essere umano. Cosi' anche la presenza fisica di una personalita', in certi luoghi ed occasioni, vale piu' di cento rassicurazioni verbali. Magari arriva a suggello di un condizionamento che durava gia' da mesi. E del quale la bella - e quasi certamente ignara - Noemi non era che un altro segnale. La sua presenza al fianco del primo ministro (come nell'ormai famoso ricevimento di fine anno a Villa Madama) serviva per affermare all'esterno che il rapporto con gli uomini del napoletano e del casertano stava andando avanti.
Del resto, lo strapotere finanziario raggiunto dalle imprese dei clan camorristici - anche attraverso la presenza di loro vertici nelle logge massoniche coperte - praticamente non ha uguali. Lo ha spiegato poche settimane fa Roberto Saviano agli studenti della Normale di Pisa nel corso di una lezione: nessuna, fra le altre mafie del mondo (russa, cinese o slava che sia) e' autonoma rispetto alle cosche italiane. Tutte hanno come modello di partenza Cosa Nostra, Ndrine e Camorra. Ma i gruppi esteri non si sono mai del tutto affrancati: sullo scacchiere internazionale, nei paradisi fiscali, per muovere da un capo all'altro dei contimenti denaro, armi, stupefacenti, organi ed esseri umani, devono sempre e ancora in qualche modo dare conto ai clan italiani.
Dal punto di vista dell'economia criminale, poi, che interi pezzi dell'Italia siano ormai ricattabili da parte dei clan camorristici, non e' una novita'. Una holding multinazionale, ma pur sempre malavitosa; forze strutturate e uomini che, pur trovandosi ormai a gestire le leve del potere finanziario (il giro di affari delle mafie, secondo uno studio recente di Confesercenti, e' pari a 125 miliardi di dollari l'anno, circa il 7% del Pil nazionale), non rinunciano ai vecchi e collaudati metodi per affermare il loro potere. Un commando di fuoco pronto a sequestrare, a sparare in faccia, tenere in ostaggio magari i figli di un alto esponente politico. Ed e' cosi' che possono maturare, per i posti chiave di governo - ad esempio la presidenza di una strategica Provincia o un sottosegretariato - le nomine di personaggi ritenuti gia' nelle lore stesse zone di origine impresentabili, per i legami con la camorra dei loro uomini piu' stretti.
MARONI ALLA CARICA
Come s'inscrive, nello scenario che stiamo ipotizzando, l'autentica impennata nella lotta ai clan camorristici impressa nelle ultime settimane da Roberto Maroni, ministro degli Interni, e da Antonio Manganelli, capo della Polizia? Berlusconi - dice un esperto di intelligence che preferisce restare anonimo - probabilmente sara' presto lasciato al suo destino. Lo dimostra il livello di fibrillazione da cui e' stato colto dopo l'episodio di Casoria, gli errori a raffica, le dichiarazioni avventate. A reggere saldamente il timone dello Stato che non si arrende e' ora il Viminale, da cui non a caso negli ultimi mesi e' partito un pressing senza precedenti nel contrasto ai Casalesi e ai loro alleati, gli Scissionisti di Secondigliano. Operazioni che hanno liquidato quasi interamente il clan Letizia.
L'escalation nella lotta alla malavita organizzata del casertano ha inizio esattamente dopo la strage di Castelvolturno, il 19 settembre dello scorso anno, quando sei nordafricani residenti nella vasta area a rischio della Domiziana, sul litorale di Caserta, vengono massacrati in un raid di camorra teso - si capira' in seguito - a riaffermare il predominio sulla zona del boss dei Casalesi Giuseppe Setola, al cui clan sono affiliati i Letizia. Appena dieci giorni dopo, il 30 settembre, i Carabinieri del comando di Caserta arrestano gli artefici dell'eccidio. Sono Alessandro Cirillo, Oreste Spagnuolo ed il ventottenne Giovanni Letizia, gia' ricercato per un altro omicidio collegato alla connection politica-rifiuti: quello dell'imprenditore Michele Orsi. I militari li sorprendono in due villini di villeggiatura a Quarto, sempre in zona domizia. Secondo il pentito Oreste Spagnuolo - scrivera' Roberto Saviano - Giovanni Letizia quando uccise Michele Orsi indossava una parrucca e ai piedi aveva un paio di Hogan di tela. Poi gli venne fame e andarono a mangiare con Letizia che aveva ancora le scarpe sporche di sangue ma preferiva pulirle con la spugnetta anziche' buttarle. Quando il suo capo chiese perche' perdesse tempo a lavarle rischiando di essere beccato, Giovanni Letizia gli rispose che Orsi non valeva le sue scarpe. 14 gennaio 2009. In un edificio diroccato di Trentula Ducenta, al confine con il Lazio, finisce la latitanza del boss Giuseppe Setola. Con lui viene fermata la moglie, Stefania Martinelli. Fra il 9 e l'11 marzo la Dda partenopea mette a segno un altro colpo mortale per i Casalesi con l'arresto di altri uomini legati a Franco Letizia, cugino di Giovanni, considerato il reggente del clan. Fra loro anche il trentatreenne Vincenzo Letizia detto o schizzato. 3 aprile 2009. La Mobile di Caserta arresta Armando Letizia, 56 anni. Considerato elemento di spicco del clan, Armando e' zio di Giovanni Letizia e padre del latitante Franco. Il cerchio si stringe intorno a quest'ultimo, che sara' tratto in manette il 19 maggio. Ma quella domenica 26 aprile, il giorno dell'arrivo di Berlusconi a Casoria per il compleanno di Noemi, un'altra e piu' rilevante cattura forse e' gia' nell'aria. All'alba del 29 aprile la Direzione Investigativa Antimafia di Napoli sorprende Michele Bidognetti, fratello del boss Francesco Bidognetti (detenuto al 41 bis eppure ancora in grado - secondo gli inquirenti - di impartire ordini), ma soprattutto parente del collaboratore di giustizia Domenico Bidognetti.
Un gruppo criminale strettamente collegato a quello dei Setola e, quindi, ai Letizia. Una storia - fanno notare in ambienti giudiziari del casertano - che puzza lontano un miglio di rifiuti. Non va dimenticato che per i Bidognetti questa e' stata sempre una fra le piu' lucrose attivita'. E che molte operazioni messe a segno recentemente dalle forze dell'ordine nascono dalle rivelazioni su quel maleodorante business rese da una gola profonda del settore come Gaetano Vassallo. Senza contare, su tutto, la presenza degli imprenditori-camorristi del settore rifiuti Michele e Sergio Orsi: il primo ucciso proprio per mano del clan Letizia quando era in procinto di collaborare con la magistratura. Il secondo, arrestato nell'ambito di un'operazione anticamorra di febbraio scorso, era invece stato prosciolto nel 2007 da analoghe accuse. Al suo fianco, come penalista, c'era l'avvocato Ferdinando Letizia dello studio Stellato di Santa Maria Capua Vetere. Casertano, 35 anni, Ferdinando Letizia e' anche consigliere comunale a Castelvolturno e capogruppo della lista Liberamente, sul cui sito internet si esaltano le gesta del leader Silvio Berlusconi. Il colpo inferto ai trafficanti di rifiuti con l'apertura dell'inceneritore di Acerra, il timore di perdere gli appalti da milioni di euro che ruotano intorno all'affare munnezza, potrebbero insomma essere fattori non del tutto estranei al clima rovente delle ultime settimane.
IL MILAN ? ALL'OLIMPIA
Ma torniamo ai segnali. A quegli avvenimenti forse solo in apparenza curiosi che avevano preceduto la famosa sera del 26 aprile. Quella domenica a giocare sul campo del San Paolo c'era stata l'Inter. Ma il 22 marzo a Napoli per una sfida di campionato era sbarcato il Milan. Che per la prima volta aveva abbandonato i consueti, sfavillanti hotel del lungomare partenopeo con vista sul golfo, per andare ad alloggiare in una delle piu' desolate periferie dell'hinterland: Sant'Antimo, Hotel Olimpia. Terra di inceneritori, ecoballe e Cdr. Al confine col triangolo della morte Nola-Marigliano-Acerra. Comune, Sant'Antimo, due volte sciolto per infiltrazioni camorristiche. Area infestata da sversamenti illegali di materiali tossici. E non lontana da quell'agro aversano da cui trae le sue origini il gruppo Setola-Bidognetti-Letizia.
L'Hotel Olimpia rientra nell'impero economico della famiglia Cesaro, che in zona possiede anche l'unico presidio sanitario disponibile per uno fra i territori piu' densamente popolati d'Italia, il Centro Igea, ed una serie di altre lucrose attivita'. Leader della famiglia e' Luigi Cesaro, deputato Pdl, candidato in pole position per la presidenza della Provincia di Napoli. Sui suoi pregressi legami coi clan della zona si soffermava a lungo (come la Voce ha ricordato nel numero di maggio scorso) la relazione di fuoco redatta dai commissari prefettizi inviati a Sant'Antimo dopo lo scioglimento per camorra del 1991.
Ecco i passaggi chiave. I collegamenti di taluni degli amministratori con la malavita organizzata - clan Puca e Verde - si estrinsecano attraverso rapporti di parentela e/o cointeressi in attivita' economiche e patrimoniali. La cointeressenza in attivita' economiche si coglie soffermandosi sugli accordi in materia di appalti fra i clan di Pasquale Puca ed il clan Verde, che operano rispettivamente attraverso le cooperative La Paola e Raggio di Sole, addivenendo in tal modo ad una spartizione dei settori dell'economia locale. Della Cooperativa Raggio di Sole e' socio il consigliere comunale Antimo Cesaro unitamente ai fratelli Raffaele (legale rappresentante) e Luigi. Ancora: Lo stesso consigliere Aniello Cesaro risulta citato a comparire dalla Autorita' Giudiziaria in ordine a molteplici attivita' estorsive messe in atto da Pasquale Puca, capo dell'omonimo clan camorristico operante in Sant'Antimo e Casandrino; risulta avere in atto procedimenti per truffa, interesse privato in atti d'ufficio, omissione in atti d'ufficio e peculato. Diciannove anni dopo, di Luigi Cesaro (e del suo gemello politico Nicola Cosentino, sottosegretario all'Economia), parla Gaetano Vassallo, come ricorda l'Espresso in un'inchiesta di settembre 2008. E qui tornano le coincidenze. Perche' se le verbalizzazioni del pentito dovessero trovare conferma, a favorire l'attivita' imprenditoriale dei Cesaro non sarebbe stato un clan qualsiasi. Ma il gruppo di Francesco Bidognetti, alias Cicciotto e mezzanotte.
IL BOOMERANG
Sto pensando di riferire in aula sul caso Letizia. Ma ci devo riflettere. 23 maggio. E' appena scoppiato il caso Mills (la condanna per corruzione dell'avvocato David Mills, che tira il ballo lo stesso premier) e siamo a poche ore da un altro storico annuncio di analogo tenore: riferiro' alla Camera sulla vicenda Mills. Perche', allora, mentre tutti parlano di Mills, lo stesso Cavaliere torna a porre l'accento sulla storia dei suoi rapporti con Noemi Letizia e la sua famiglia? La risposta potrebbe stare tutta in una ricostruzione dei fatti che comincia a circolare a Napoli. E che trae spunto da quelle mezze frasi dette col cuore in mano prima dal papa' di Noemi (il mio rapporto con Berlusconi? Preferisco non approfondire, siamo legati da un segreto), poi dalla mamma Anna Palumbo: non chiedetecelo, non possiamo dire di piu'.... Dopo la valanga di stridenti contraddizioni abbattutasi sul resoconto che lo stesso Cavaliere aveva voluto rendere negli studi di Porta a Porta (dalla bufala del Benedetto Letizia autista di Craxi, subito sbugiardata dal figlio dell'ex leader socialista Bobo, alle secche smentite di Franco Malvano e Fulvio Martusciello che addirittura - aveva detto il premier a Bruno Vespa - gli erano stati segnalati quella sera da Letizia), ora lo staff del presidente deve mettere a punto una versione inattaccabile. E se colpisse anche i sentimenti, se saltasse fuori una storia di buona sanita', meglio. E' partita cosi' la caccia di alcuni cronisti alle notizie d'agenzia di quel maledetto 29 luglio 2001 quando l'appena diciannovenne Yuri Letizia, fratello di Noemi che in quel periodo prestava servizio militare, perse tragicamente la vita a bordo di una Fiat punto andatasi a schiantare contro gli alberi sulla Salaria. E' stato un articolo di Francesco Lo Sardo sul quotidiano Europa a gettare in campo l'ipotesi: pare sia stato dopo questa tragica morte - scrive il 15 maggio - che, in qualche modo e per qualche speciale ragione, si sia cementato il legame tra il signor Elio Letizia e Silvio Berlusconi. La ricostruzione potrebbe essere gia' pronta: Prima - fa sapere il premier - li lascio andare avanti, perche' cosi' si mostrano per quello che sono. E sara' un boomerang tale che si vergogneranno, e perderanno consenso e la stima degli elettori, perche' in questa vicenda tutto e' piu' che pulito.
Rosita Praga
Fonte: www.lavocedellevoci.it
Link: http://www.lavocedellevoci.it/inchieste1.php?id=211
29.05.2009 " xxx
giovedì 28 maggio 2009
Riscontri incrociati. Brusca, Riina e Ciancimino sanno chi e' il ''terminale'' della Trattativa tra stato e mafia

Gio. 28.05.2009 - Dal Blog di Salvatore Borsellino (27.05.2009).
" di Giorgio Bongiovanni e Silvia Cordella - 27 maggio 2009
La sparizione di documenti importanti è sempre il finale ... ... di ogni delitto eccellente. In questo caso potrebbe essere la premessa di qualcosa di grave che potrebbe accadere.
Per evitare il peggio il sostituto della Dda di Bologna Walter Giovannini ha ottenuto così l’assegnazione immediata di una scorta a Massimo Ciancimino che nei giorni scorsi aveva denunciato la sparizione di un verbale d’interrogatorio e di alcuni promemoria che lui stesso aveva scritto in vista della sua comparsa come testimone chiave al processo Mori – Obinu. xxx
Dopo però nemmeno una settimana dalla disposizione, il comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica di Bologna ha indietreggiato e l’altro ieri, con una nota all’agenzia di stampa Ansa, ha rettificato “di non aver disposto alcuna tutela” ma solo “una protezione - su iniziativa del Questore - che sarà trasformata a breve in vigilanza radio collegata”. Uno sbaglio di valutazione o un segnale di discontinuità? Sicuramente una scelta che espone il figlio di don Vito a pesanti conseguenze proprio nel periodo cruciale che precede la sua convocazione in aula nell’ambito del processo sulla mancata cattura di Provenzano nel quale sarà interrogato sulla spinosa questione della Trattativa.
Massimo Ciancimino è un obiettivo sensibile perché è il custode dei molti segreti che legano la vita di suo padre a quella di Bernardo Provenzano. Per lui la prima condanna a morte la decretò negli anni ’90 Totò Riina quando seppe del suo ruolo di tramite nei contatti tra suo padre e i carabinieri. Anche il boss di Trapani Matteo Messina Denaro con lui avrebbe un conto in sospeso per il mancato pagamento di una tangente nel territorio di Alcamo. Oggi però il pericolo più forte è rappresentato dalle dichiarazioni che sta rilasciando alle Dda di Palermo, Caltanissetta e Catania nelle quali, su suo input, hanno avviato e riaperto una serie di inchieste destinate ad allargarsi a settori della politica e del mondo imprenditoriale che hanno stretto rapporti con la mafia.
La revoca della scorta dunque si traduce in un segnale negativo non solo per lui ma anche per coloro che, impegnati nell’accertamento di verità scomode in queste attività investigative, colgono la drammatica assenza delle istituzioni. “In quei documenti vi erano una serie di appunti di cui avrei dovuto parlare con i magistrati di Palermo – ci aveva detto al telefono Ciancimino junior – ma, rientrato da un mio recente viaggio, mi sono accorto che quei fogli erano spariti”. La cosa inquietante è che chi è entrato in casa non ha forzato la porta. “E’ rimasto tutto in ordine”. Massimo Ciancimino sa che chi ha fatto irruzione nella sua abitazione ha certamente voluto dargli un messaggio preciso per scoraggiarlo a parlare. D’altra parte, da quando ha deciso di collaborare con le procure siciliane, malgrado i pedinamenti, le lettere anonime, la benzina sull’auto e la siringa di propano davanti casa, il figlio dell’ex Sindaco di Palermo non ha retrocesso di un solo passo. Le sue intenzioni erano quelle di raccontare, dopo tanti anni di silenzio, tante verità. La più delicata è certamente quella sulla famosa Trattativa a cui nel 1992 il padre partecipò come mediatore tra il Ros dei Carabinieri e Cosa Nostra.
L’appuntamento in aula del 23 maggio scorso era stato fissato dalla quarta sezione penale di Palermo per sentirlo proprio in merito a questi temi ma alla fine la sua deposizione è stata rinviata.
In compenso la Corte ha ascoltato i pentiti Ciro Vara e Giovanni Brusca ed entrambi hanno confermato quanto già in passato avevano detto. Brusca, in particolare, ha riferito alcuni dettagli vissuti in quei primi mesi del ’92 quando le condanne della Cassazione del primo maxiprocesso erano divenute definitive con la sentenza del 30 gennaio di quell’anno. Un tradimento che aveva spinto Salvatore Riina a ideare la strategia stragista per reagire con violenza a certe promesse che non erano state mantenute. Per questo fece uccidere Salvo Lima, il suo referente della democrazia cristiana vicino ad Andreotti e Giovanni Falcone, suo acerrimo nemico. Il capo di Cosa Nostra voleva spingere lo Stato a trattare e così avvenne, secondo il collaboratore, subito dopo la strage di Capaci.
Successivamente alla morte di Falcone Riina arrivò “con aria soddisfatta” dicendo che “qualcuno dello Stato” “si era fatto sotto” e che, indicandolo con le mani, “gli aveva fatto un papello tanto”. “Cioè – spiega Brusca - tutta una serie di richieste per migliorare la nostra condizione”. L’obiettivo principale dei capi mandamento a livello regionale era infatti quello di ottenere la revisione del maxi uno ma anche l’alleggerimento di alcune leggi sulla confisca dei beni e l’applicazione dei benefici carcerari previsti dalla legge Gozzini. Altre pretese invece erano state probabilmente ritenute inaccettabili.
Per questo a un certo punto la trattativa aveva accusato uno stop. Siamo a cavallo delle due stragi e questa risposta negativa trovò “Riina un pò nervoso perché la trattativa si era arenata”. Inaspettatamente anche Brusca venne fermato durante la preparazione dell’attentato all’on. Mannino. Un delitto che rientrava nella strategia iniziale di Riina per controbattere alle promesse mancate dei politici. Dopo qualche giorno esplose la bomba in via d’Amelio in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta. Era il segno di un cambiamento nel programma stragista. Ma da cosa nasceva l’esigenza di eliminare il giudice? La risposta è da ricercare in quell’intreccio atavico tra potere mafioso, politico e imprenditoriale che in quella stagione sfociò in una trattativa che pezzi dello Stato intavolarono con Cosa Nostra.
Una negoziazione di cui Brusca conosceva le fasi per averle apprese da Riina in persona ma che non portò avanti direttamente perché “nelle mani di altri”. Solo in seguito al suo arresto Brusca, durante una successiva fase processuale, apprese che il tramite della Trattativa era Vito Ciancimino in contatto con carabinieri del Ros, precisamente col generale Mario Mori e il capitano De Donno. La cosa però non lo sorprese affatto, Brusca le sue deduzioni le aveva già fatte. I militari glielo confermarono soltanto in sede di dibattimento, con la differenza che posdatarono quel “dialogo” con Cosa Nostra dopo luglio del ’92, motivandolo con la loro intenzione di catturare Riina e Provenzano.
Una data che però non coincide con le dichiarazioni dell’ex boss di San Giuseppe Jato e nemmeno con quanto sostiene Massimo Ciancimino, il figlio di don Vito, il quale colloca la trattativa al mese di giugno del 1992. Resta da chiarire chi potrebbe essere stato il terminale di questa Trattativa. Brusca, con un colpo di scena in udienza, ha detto di conoscere questo nome perché glielo disse Riina. Nonostante le insistenti domande della difesa di Mori e Obinu (avv. Milio e Musco) e quelle del Pubblico Ministero, rappresentato in aula dall’aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Nino Di Matteo, il collaboratore si è trincerato dietro la formula della facoltà di non rispondere. Il motivo? Indagini in corso secretate. L’unica frase che la difesa riesce a scucirgli è “feci quel nome in tempi non sospetti, in fase d’indagine”. In effetti, tornando indietro negli anni Brusca parlò solo una volta di quel personaggio. Lo fece durante un dibattimento sulle Stragi, affermando che l’identità del terminale la disse ai procuratori Chelazzi e Grasso, in occasione di un interrogatorio in carcere, dopo l’approvazione della legge che limita il tempo delle dichiarazioni dei pentiti a 180 giorni. Così Brusca esordiva: la «buonanima» del procuratore Chelazzi (stroncato da un infarto il 17 aprile 2003) e il procuratore Grasso «mi hanno fatto fare dei ragionamenti in base a chi poteva essere colui che faceva da tramite per Salvatore Riina in questi contatti e io ho detto subito di Antonino Cinà, di Ciancimino e altri... Comunque anche se lo immaginavo non avevo le prove. Trovandomi a Palermo poi per altri problemi giudiziari leggo da Repubblica (che mi attacca quando conviene, sono bravo e non sono bravo, dipende dalle circostanze...) e trovo riscontro a quello che io avevo detto e viene fuori a chi Salvatore Riina aveva mandato il famoso papello per ottenere i benefici per Cosa Nostra (…)».
Anche se allora Brusca non fece quel nome direttamente indicò con precisione che era contenuto nell’articolo scritto da Viviano in cui l’unico nome che emerge è quello dell’attuale vicepresidente del CSM Nicola Mancino. Scriveva infatti Viviano: «I due pm (Grasso e Chelazzi citati da Brusca ndr.) sono gli autori del verbale di interrogatorio che è ancora secretato ed in quel verbale Brusca fa riferimento all’ex Ministro degli Interni, Nicola Mancino che s’insediò al Viminale il primo luglio 1992, proprio il giorno in cui Borsellino interrogava a Roma il pentito Gaspare Mutolo, (interrogatorio ndr) che interruppe per qualche ora per recarsi proprio al ministero dell’Interno. Mancino smentì però l’incontro con il giudice Borsellino sostenendo di non sapere nulla della trattativa».
Episodi che potrebbero essere invece attualizzati dalle rivelazioni di Massimo Ciancimino, testimone diretto di quella trattativa di fine primavera ‘92 e che potrebbero coinvolgere l’ex ministro dell’Interno Nicola Mancino il quale non si esclude possa averne fatto cenno al giudice Paolo Borsellino. Se così fosse sarebbe di rilevanza cruciale l’annotazione dell’agenda grigia del giudice nella quale alle ore 18.30 del 1 luglio 1992, diciotto giorni prima della sua morte, aveva segnato l’incontro col neo-ministro da cui era ritornato sconvolto. Un appuntamento che l’attuale vicepresidente del Csm non ricorda perché “fra tante strette di mano e persone che quel giorno (ad appena un mese dalla strage di Capaci non ricordava il volto di Borsellino, ndr) andavano ad omaggiarlo per il suo insediamento al Viminale non sa se ci fosse anche il giudice di Palermo”. Ricordi di Mancino a parte, l’unica cosa che sembra ormai certa è che la trattativa, contrariamente a quanto sostengono Mori e De Donno, a quella data era già ampiamente avviata.
E siccome don Vito non era un ingenuo né tantomeno uno sprovveduto non avrebbe mai portato avanti un affare di quella portata se non avesse avuto delle garanzie che i due militari non fossero portatori di un mandato superiore che ne garantiva il suo delicato intervento. E allora se è plausibile ritenere che Borsellino quel primo luglio 1992 fosse venuto a conoscenza di una negoziazione tra pezzi delle Istituzioni e Cosa Nostra e ancora più certo che lui mai e poi mai, soprattutto dopo la morte di Giovanni Falcone, avrebbe potuto accettare un simile compromesso. In questo modo, come deducono varie sentenze, Borsellino si sarebbe messo di traverso ostacolando quel dialogo che irrimediabilmente causò l’accelerazione della sua morte, progettata in tutta fretta al posto di quella dell’on. Mannino. Ipotesi che, chissà, potrebbero trovare conferma nei documenti scottanti che Ciancimino potrebbe aver ereditato dal padre e rispondere alle tante, troppe domande che tutt’oggi non trovano risposte acclarate.
Per questo la sparizione di alcuni fascicoli nell’appartamento di Massimo Ciancimino desta grande preoccupazione così come la notizia della scorta, revocata non si sa bene perché, dopo nemmeno una settimana dalla sua applicazione. Episodi che minano la serenità del testimone eccellente. E forse è questo ciò che qualcuno vorrebbe ottenere, proprio adesso che le indagini sulla mancata cattura di Provenzano nel 1995 stanno prendendo vigore a Palermo così come quelle sulla strage di via d’Amelio a Caltanissetta. Non è una coincidenza che proprio Salvatore Riina nelle sue dichiarazioni spontanee del 2004, di fronte alla Corte che lo processava, aveva chiesto come mai nessuno fosse ancora andato a chiedere a Massimo Ciancimino il perché Mancino sapesse, cinque o sei giorni prima del suo arresto, che il capo di Cosa Nostra sarebbe stato catturato. Riina, anticipando anche le dichiarazioni del figlio di don Vito, rivela l’esistenza di una trattativa in cui lui stesso sarebbe stato “venduto” per poi venire usato come capro espiatorio per coprire le responsabilità di alti poteri che, come legittimamente lasciano supporre le sentenze, concorsero alla determinazione della strage di Capaci e quella di Via d’Amelio.
“Signor Presidente – aveva esordito Riina – le voleva dire che io in questo processo (per le stragi del continente, ndr) mi domando che cosa ci sto a fare. Perché praticamente io…quando è successo di queste stragi di Firenze, di Roma, di Milano io sono stato arrestato il 15 gennaio del ’93.. e quando sono stato arrestato mi hanno portato in isolamento a Roma. Quindi non avevo contatti con nessuno… telecamere dietro la porta, dietro le feritoie. Mi hanno messo le guardie penitenziarie quindi 5 anni e mezzo ho avuto sempre questa situazione per i primi mesi, sette, otto mesi fino al mese di luglio io non sentiva televisione, telegiornali, non sapeva se era vivo o se era morto cioè ero isolato da tutti. (…) Ecco perché io mi domando “io perché sono imputato in questo processo?” Allora mi si dice in un primo tempo mandante, poi mi si dice in un’altra maniera, ora all’ultimo nella sentenza mi si dice “ideatore”. Quindi io sono ideatore, condannato per ideatore, però signor Presidente la verità è che forse allo Stato servo per parafulmine perché tutto quello che succede in Italia e che è successo in Italia all’ultimo si imputa a Riina. Riina è parafulmine e Rina sta bene per tutte le pietanze per tutte le processe che si vengono fatte a Riina o ai compagni di Riina. Quindi che cosa succede che in questa situazione qua, di Firenze, ma se io sono lì che non ho contatti con nessuno a chi lo mandai a dire? come lo mandai a dire? come sono ideatore? Come lo ideai? (…) Poi ci sono i discorso degli altri processi. Per dire io mi trovavo nel processo Falcone. Nel processo Falcone c’è un aereo nel cielo che vola nel mentre che scoppia la bomba, questo aereo non si può trovare di chi è, chi è … e allora quindi si condanna Riina perché certamente Riina fa comodo. Mi troviamo nel processo di Borsellino e lì sul Monte Pellegrino c’è l’hotel e nell’hotel ci sono i servizi segreti e quando scoppia la bomba i servizi segreti scompaiono e non vengono mai citati perché si condanna Riina… perché l’Italia così è combinata! Cioè quando Scalfaro dice ‘io non ci sto’, io devo dire signor Presidente: io non ci sto. Io non ci sto a queste condanne fatte così. Queste sono condanne fatte a tavolino. Non sono condanne perché si cerca la verità perché io ho commesso questi delitti o ho fatto commettere questo delitto. Sono delle cose … delle trovate assurde… perché se lei vede il Di Carlo viene creduto quando accusa me o ad altri ma quando il Di Carlo dice che ad andare a trovarlo nel carcere dell’Inghilterra i servizi segreti americani e quelli italiani e quell’dell’Inghilterra perché volevano aiuto ad uccidere Falcone lui ci ha nominato a suo cugino quello che si venne trovato poi impiccato lì al carcere di Roma. Quindi che cosa succede che il cugino… poverino si è messo a disposizione però poi ci ha lasciato le penne… (…). C’è Brusca che dice che ai Boboli feci mettere un proiettili e Riina non sapeva niente però tutte cose vanno avanti signor Presidente… sa quando l’avvocato chiede come testimonio il figlio di Ciancimino. Il figlio di Ciancimino non è stato mai citato, mai sentito. Perché non si sente dire il figlio di Ciancimino che era in contatto con il colonnello dei carabinieri che era allievo di quelli che mi hanno arrestato? Perché il figlio di Ciancimino che collaborava con sto colonnello non ci dice perché cinque, sei giorni prima l’onorevole Mancino ci dice: ‘Riina questi giorni viene arrestato’. Ma a Mancino chi ce lo disse cinque, sei giorni prima ‘Riina veniva arrestato’? E allora ci sono questi signori che mi ha venduto e allora cercare la verità non è che significa (…. ) La verità sta bene a tutti signor Presidente, può stare pure bene a me ma perché mi si deve condannare a me per cose che io non so, non ho commesso e non ho fatto. Io signor Presidente ringrazio lei e la Corte per avermi sentito però mi sento la persona additata per dire ‘tu sei il parafulmine d’Italia. Tu devi pagare il conto di tutti”. " xxx
mercoledì 27 maggio 2009
Il processo nascosto
Mer. 27.05.2009 - Da "L'Unità" (10.01.2009).
" Il processo nascosto
di Nicola Biondo
Tutte le anomalie di cui sono stato testimone mi hanno fatto capire che Provenzano non volevano catturarlo perché aveva un compito ben preciso». A parlare è un ufficiale dei Carabinieri in pensione, il colonnello Michele Riccio. Il particolare è stato rivelato ieri nel corso di un processo che dal luglio scorso si svolge a Palermo: un processo importante di cui poco o nulla è stato finora detto. Un «processo nascosto». Proviamo a capire perché. xxx
Sul banco degli imputati siedono due pezzi da novanta delle forze dell'ordine: il generale Mario Mori e il colonnello Mauro Obinu. Il primo, ex-capo del Ros dei carabinieri e del Sisde, oggi dirige l'ufficio sicurezza del comune di Roma. Il secondo, anche lui del Ros, è un ufficiale di grande esperienza, molto noto negli ambienti dell'Arma. La procura di Palermo li accusa di un reato infamante: favoreggiamento dell'ex primula rossa di Cosa Nostra Bernardo Provenzano. Secondo la Procura, Mori e Obinu avrebbero omesso di catturarlo benché fossero stati informati dal colonnello Riccio della sua presenza a un summit che si tenne il 31 ottobre del 1995 in località Mezzojuso, trenta chilometri a sud di Palermo.
La notizia era stata data al colonnello Riccio - che è il principale testimone dell’accusa - da Luigi Ilardo, un uomo d'onore della famiglia nissena dei Madonia che all’inizio del 1994 aveva deciso di collaborare con la giustizia ed era diventato un infiltrato «sotto copertura». Agiva, cioè, per conto dello Stato. Il colonnello aveva subito riferito l'informazione a Mori il quale - è questa una delle più gravi accuse specifiche contro l'ex capo del Ros - «non mi permise di usare un segnalatore da mettere addosso a Ilardo in modo tale da scoprire dove si teneva il summit e arrestare Provenzano».
Questi i fatti di cui si discute nel «processo nascosto». Fatti gravissimi che costituiscono un capitolo della storia mai chiarita del cosiddetto «papello», la trattativa tra Stato e Cosa Nostra. È infatti a quella trattativa che Riccio allude quando parla del «compito ben preciso» di Provenzano. Ma i temi più scabrosi sono altri ancora. Ed è là che probabilmente va cercata la causa dell’occultamento mediatico di questo processo: i rapporti tra Cosa Nostra e Marcello Dell’Utri, senatore di Forza Italia, uno dei più stretti collaboratori del presidente del Consiglio.
Ilardo ne parlò poco dopo l'avvio della sua collaborazione - cominciata nel gennaio del 1994 sotto il nome di copertura “Oriente” - ma, sostiene Riccio, questa categoria di confidenze fu subito messa da parte. Accantonata. E fu Mario Mori, all’epoca colonnello, a chiederlo. Di certo, il 10 maggio del 1996, alla vigilia del suo ingresso nel programma di protezione, Luigi Ilardo fu assassinato. Un colpo micidiale per la lotta contro Cosa Nostra. L’infiltrato aveva già dato ampia prova di essere affidabile. I suoi racconti avevano tra l'altro permesso la decapitazione dei vertici mafiosi delle province di Catania, Caltanissetta e Agrigento. Inoltre aveva fotografato in diretta l'organigramma di Cosa nostra dopo l'arresto di Riina, permettendo l'individuazione dei favoreggiatori della latitanza di Provenzano. Aveva persino iniziato a scambiare con lui alcune lettere, i famosi pizzini. È stato infatti Ilardo il primo a parlare dell'efficiente mezzo di comunicazione del padrino.Per il colonnello Riccio la morte del "suo" infiltrato fu la conferma definitiva che Cosa Nostra aveva la possibilità di conoscere le mosse degli investigatori. Doveva esserci stata una fuga di notizie dall'interno. Solo una decina di persone sapevano di Ilardo. Queste considerazioni si sommarono al disappunto per il mancato arresto di Provenzano. Riccio decise di informare la magistratura.
10 gennaio 2009 " xxx




