domenica 18 settembre 2011
?Ma i padroni hanno una qualche utilità sociale?!
Dom. 18.09.2011 - Dal sito web de "il Fatto Quotidiano", un articolo di Giuliano Marrucci (16.09.2011).
“Era il 1991 quando in un modesto newsgroup di smanettoni, un giovane norvegese di nome Linus Torvalds pubblicava una versione preliminare di un sistema operativo tutto nuovo. Nome in codice: Linux.
20 anni dopo quel sistema operativo gestisce la gran parte dei server web del pianeta, il 91% dei 500 supercomputer più grandi al mondo, il traffico aereo e le centrali nucleari tedesche, i computer di bordo della Bmw, 500 milioni di decoder televisivi…
domenica 22 marzo 2009
Per l'economia della truffa l'ultima spiaggia è sempre la penultima - 19/03/09

Dom. 22.03.2009 - Dal sito "Megachip" (19.03.2009).
" di Giulietto Chiesa – da «Galatea European Magazine», aprile
Una delle cose più comiche di questa società dello spettacolo è il vedere sfilare sugli schermi tv, una dietro l'altra, le facce impudenti di coloro che hanno prosperato creando la catastrofe per tutti noi, accuratamente nascondendoci quello che stavano facendo, o coprendo. xxx
Parlo di banchieri, “centrali” e meno centrali, ma anche di giornalisti, commentatori, di pagine economiche e di prime pagine. Tutti lautamente retribuiti per non dire quello che sapevano, o che avevano l'obbligo professionale almeno di supporre.
E ce l'ho in particolare con quelli che capivano, gli altri essendo troppo stupidi per capire, anche se non abbastanza da rifiutare di ficcare le mani nella cornucopia che si trovavano davanti.
Va de sé che, non avendo detto la verità prima, non la dicono neanche adesso. Anzi fanno a gara tra loro per dire due cose, entrambe false. La prima consiste nel mantra “io l'avevo detto”. La seconda - peggiore - consiste nel pronosticare i tempi della crisi. Quanto durerà? Chi dice un anno, e poi “ci sarà la ripresa”. I più onesti, e i meno ottusi - e sono pochini - ormai ammettono che sarà una lunga sofferenza. Ma il termine lungo, per gente che ha vissuto gli ultimi vent'anni “a trimestre” non può andare più in là di due anni.
Si capisce, qua e là, che siamo già oltre la gravità della “Grande Depressione” del 1929 e successivi. Che fu, infatti seguita da una “ripresa”, ma oltre dieci anni dopo, e ci volle una guerra mondiale prima di vederla. Ma di questo nessuna delle suddette facce disquisisce: troppi trimestri in là. Ora, a buoi usciti dalla stalla, sciorinano i loro pronostici edulcorati, dimenticando di ricordare, per esempio, che alla vigilia del crack del 1929 l'America era il più grande creditore netto del pianeta, mentre nel 2009 è diventato il più grande debitore mondiale. E dimenticano anche che allora il dollaro era ancora “una delle monete”, mentre ora è “la moneta” di riferimento mondiale e, se cade questa, non ci saranno argini per lo tsunami planetario.
Dopodiché non è escluso che ci sarà qualche “ripresa”, ma bisognerà allora vedere fin dove si sarà scesi prima di pensare a risalire. Discorso lungo e serio, per cui torniamo al comico.
Consistente, come s'è accennato, nel chiedere prognosi a coloro che le hanno sbagliate tutte. Questo sì che è fenomenale! Equivalente a fare la coda, quando si prende la polmonite, per farsi visitare dal macellaio, ovvero, a prestare la chiave di casa al ladro. È quello che fanno ogni giorno le più importanti istituzioni finanziarie mondiali. Per sentire il polso della crisi consultano quelle stesse agenzie di rating che, letteralmente, non ne hanno azzeccata una. Prendi, ad esempio, la prestigiosa Moody's. O la Standard & Poor's, o la Fitch. Il loro voto decideva l'andamento in borsa di una grande corporation, ma poteva condannare o salvare un intero paese. Adesso, se andassimo a vedere i loro registri dei voti - diciamo, per esempio, quelli degli anni 2000-2003, quando tutto era già evidente anche a un cieco - scopriremmo invariabilmente che davano dieci e lode anche ai più asini tra gli asini.
Quanto dovrebbero valere i loro voti adesso? Sussurriamocelo: zero.
E invece rieccoli al capezzale nostro a spiegarci, con il solito sussiego, come mai la banca che ci avevano consigliato di scegliere è fallita. Lo sappiamo da soli che è fallita. Il loro mestiere era quello di dirci in anticipo quante probabilità c'erano che fallisse. Ci dicevano invece il contrario. L'avessero fatto gratis potremmo solo strapparci i capelli, piangendo per avere affidato il nostro piccolo capitale a dei coglioni. Sfortuna, che altro? Invece scopriamo che si sono pure fatti pagare dai truffatori per raccontarci frottole.
E non sono ipotesi. I giornali hanno - finalmente- pubblicato le e-mail che si scambiavano tra di loro i dirigenti di queste società di rating. Alcune, s'intende, ma immagino che se ne potrebbero stampare volumi.
«Questo affare è ridicolo - scriveva uno - non dovremmo renderlo credibile con il nostro voto». E l'altro rispondeva: «Ma che dici? Il nostro compito è dare rating a tutti, anche a un titolo strutturato da una vacca».
Un altro - e siamo ai vertici di Standard & Poor's - scrive, malinconicamente (anche i furfanti hanno momenti di debolezza) : «la verità è che non solleviamo mai le tende delle nostre finestre per guardare fuori quello che succede, non ci facciamo domande sulle informazioni che ci forniscono. Abbiamo venduto l'anima per una frazione di fatturato».
E l'altro risponde - ed è l'epitaffio di tutta questa storia, che già viene pagata da decine di milioni di disgraziati -: «Speriamo di essere già pensionati, e ricchi quando tutto questo castello di carte cadrà».
Avete mai sentito una di queste benemerite istituzioni di rating che ci dicesse che il signor Bernard Madoff stava truffando tutto e tutti e che la sua era una graziosa catena di Sant'Antonio da 60 miliardi di dollari? Ovviamente silenzio, ma si scopre ora che il plurimiliardario Warren Buffet, di fronte al quale tutta la stampa economica si profonde in inchini a tutt'oggi, è proprietario del 20% delle azioni di Moody's. Adesso fa il broncio perché, dice, neanche lui fu avvertito.
Naturalmente gl'inchini continuano, forse perché gli sono rimasti abbastanza miliardi di dollari da poter mettere in riga anche l'Amministrazione di Washington, ma credo gli si potrebbe chiedere come mai - da genio della finanza qual è - ha taciuto mentre tutte le grandi banche d'investimento americane si scioglievano come neve al sole.
Forse era lui che doveva avvertire la “sua” Moody's, visto che stava partecipando più o meno segretamente, ad alcuni tentativi di salvataggio proprio delle banche che le agenzie di rating continuavano a dare per solide.
E, a proposito di banche d'investimento, vi siete accorti che sono sparite tutte? Erano cinque, i gioielli della globalizzazione americana. Il loro volume d'affari faceva impallidire i bilanci nazionali di interi stati, e non dei più piccoli.
Adesso possiamo dire, senza tema di smentite, che erano cinque truffe planetarie. Lehman Brothers e Bear Sterns sono fallite tout court; Merryl Lynch è stata assorbita da una banca commerciale (tutt'altro che immacolata), la Bank of America; Goldman Sachs e Morgan Stanley sono state trasformate in banche ordinarie sotto la garanzia dei soldi stampati dalla Federal Reserve.
In tutto questo il Mercato , con la M maiuscola, non c'entra niente. Se lo avessero usato non saremmo in questo pasticcio.
E adesso che fare, in attesa della “ripresina” che, come Godot, tutti attendono ma che non verrà?
Per rispondere sarebbe utile dare un'occhiata alla “quarta crisi” quella di cui nessuno parla, ma che è componente essenziale, concausa, compartecipe, complice del silenzio assordante che ha coperto l'arrivo della crisi finanziaria, di quella energetica, di quella climatica, per restare alle maggiori.
Parlo della crisi dell'informazione, del collasso morale e intellettuale del giornalismo. Quelli che dovevano raccontarci, spiegarci ciò che stava maturando non l'hanno fatto. Perché? La risposta è semplice: perché erano parte della truffa e, dunque, non potevano raccontarla. Non ci fossero stati i media, le televisioni in particolare, a costruire il grande spettacolo di questa società illusoria in cui credevamo di vivere, non fosse stata in funzione, 24 ore su 24 la colossale fabbrica dei sogni e delle menzogne che è divenuto il mainstream globale, tutto ciò di cui stiamo parlando non sarebbe stato possibile.
Segni di resipiscenza? Non molti. Prendo in mano l'ultimo numero della prestigiosa rivista «Time». Quella che, nel febbraio 1999 dedicò la sua copertina al “Comitato che ha salvato il mondo”. Indovina che era il comitato? Alan Greenspan, Larry Summers e Bob Rubin. Gli ultimi due dei tre, per altro, sono come le agenzie di rating, sempre sulla breccia.
Adesso il direttore di «Time», Richard Stengel, promette di guidare i suoi lettori nella navigazione in un mondo che cambia. «Quale sarà la nostra missione?» - dice: -«Spiegarti cosa sta cambiando e perché, e cosa tu puoi fare in proposito». Capito l'antifona? Adesso ti invitano a partecipare alla raccolta dei detriti. Ma come si può farlo? «Con grandi reportages - dice Stengel - grandi capacità di scrittura, grande fotografia, grande video on line».
Tutto qui? E fino a ieri che cosa hanno fatto?
Non solo «Time», ma tutti insieme, appassionatamente, i media? Penso a quell'oracolo del “Mercato” (sempre con la m maiuscola) dell'«Economist», che in tutti questi anni bastonava severamente le dita a chiunque osasse parlare dell'intervento dello stato nell'economia, il thatcheriano d'acciaio inossidabile che spiegava le meraviglie della globalizzazione finanziaria.
Ma, per restare in casa nostra, penso al «Sole 24 ore», alle pagine economiche del «Corriere della Sera» e di «Repubblica». Come mai non hanno avvertito? Riprendo in mano l'ultimo numero di «Time» e guardo i titoli. Il futuro, per «Time», è la fotocopia del passato. «Come si affitta un intero paese»; «Africa, il nuovo business»; «Come far diventare verde il consumo». Eccetera, eccetera.
Una specie di vademecum al suicidio. " xxx
La crisi economica USA - Alle origini della più grande truffa della storia

Dom. 22.03.2009 - Dal sito "Megachip" (16.03.2009).
" di Ugo Natale - Megachip
NEW YORK - In vasti settori dell’opinione pubblica americana c’è oggi la tendenza a ritenere Bush il colpevole della crisi che ha messo in ginocchio gli USA. Non vi è alcun dubbio che la presidenza di Bush junior sia stata una delle peggiori disgrazie capitate a questa giovane nazione. xxx
Sarà evidentemente la Storia a giudicarlo, anche se è già lecito dire che Bush il giovane è stato sicuramente il peggiore presidente della storia americana, certamente come immagine ma forse non come contenuti, almeno per quanto riguarda l’attuale crisi economica e finanziaria, perché per cercare di spiegare la più grande truffa finanziaria messa in atto da quando l’uomo ha cominciato a camminare da bipede, bisogna andare indietro a tempi pre-bushiani.
Nel 1980 il grande predicatore fu eletto presidente degli USA. Ronald Reagan era il classico discendente dei primi “pellegrini”. quelli cioè che di giorno massacravano gli Indiani e la sera si battevano il petto con la Bibbia. Uno dei suoi motti era:«L’intervento dello Stato non è la soluzione ai nostri problemi, anzi è proprio la presenza dello Stato ad essere il problema».
Gli sciacalli “banchieri” e “finanzieri” capirono che il cowboy era disposto a lasciare incustodito il pollaio e si misero quindi al lavoro. La loro strategia era semplice. Individuare il punto debole del recinto e convincere il cowboy a togliere i paletti che sostenevano il recinto di protezione. Una volta fatto ciò, la festa sarebbe stata assicurata. Il punto d’ingresso del pollaio fu individuato nelle Savings and Loans Banks, le piccole ma solide banche dell’immensa provincia Americana.
Nel 1831 a Frankford, Pennsylvania, 37 individui fondarono la Oxford Provident Building and Loan. Ognuno dei 37 soci pagò 5 dollari per un’azione e continuò a versare 3 dollari al mese. Non era una vera banca perché non vi erano clienti e non veniva pagato alcun interesse sul denaro che i soci versavano. Quando però la banca ebbe abbastanza soldi in cassa, fece un prestito di 500 dollari a qualcuno il quale si impegnò ad usare il denaro per costruire una casa. Da quel momento le due idee di risparmio e prestito si sposarono e nacquero le Savings and Loans Banks. Attiravano denaro promuovendo il risparmio e rimettevano in circolo il denaro stesso prestandolo all’Americano medio che voleva coronare il centro del suo “american dream”, possedere una casa.
Quando la grande crisi del 1929 decimò queste piccole banche il governo decise di intervenire con una serie di misure atte a regolamentare l’industria bancaria per proteggere i cittadini risparmiatori da ulteriori catastrofi.
Gli interventi governativi cominciarono sotto il presidente Hoover e culminarono sotto Roosevelt con la promulgazione nel 1933 del Glass-Seagall Act. Con esso si faceva una distinzione netta e precisa tra “commercial bank” e “investment bank”.
Questo perché c’era motivo di credere che proprio gli sconfinamenti delle banche commerciali in operazioni di investimenti troppo rischiose e spesso poco chiare, erano stati fra le cause primarie del disastro finanziario del 1929. Per quanto riguardava le casse di risparmio furono messi dei paletti che ne limitavano fortemente i movimenti. Non potevano aprire conti correnti ma solamente libretti di risparmio. C’era un tetto sul tasso d’interesse pagato ai risparmiatori così come vi era un massimo tasso d’interesse che le banche potevano caricare sui prestiti, i quali erano fatti solamente per l’acquisto di immobili a scopo residenziale e avevano una durata media trentennale.
Le piccole Savings and Loans Banks che offrivano un ferro da stiro o un frullatore a chi apriva un conto nelle loro banche trotterellarono con limitati guadagni ma praticamente senza problemi fino alla fine degli anni settanta, quando un notevole aumento dell’inflazione le mise in difficoltà.
Ma considerando le restrizioni in atto vi erano poche strade da percorrere e una di queste era naturalmente quella di convincere il governo, attraverso le giuste lobby, ad aprire i cancelli. E così tra il 1980 e il 1982 ci fu la catastrofe della “deregulation” che segnò l’inizio della fine delle Savings and Loans banks.
Il tetto dei tassi di interesse attivo e passivo fu tolto, e fu consentito alle banche di aprire conti correnti.
Prima della “deregulation” il 5% dei beni della banca doveva essere mantenuto come capitale liquido per fare fronte a eventuali perdite, ma con la “deregulation” questo importantissimo paletto fu dimezzato. In origine le casse di risparmio quando emettevano un prestito dovevano spalmare la commissione ricevuta in un periodo di 10 anni, ma nel 1981 Reagan insediò alla Federal Home Loan Bank Board un certo Dick Pritt il quale sradicò questo altro importante paletto consentendo alla banche di scrivere come attivi nei loro libri contabili le commissioni nel momento stesso in cui emettevano i prestiti.
Nello stesso 1981 il Congresso USA diede un’altra mano ai lupi in agguato. Le Savings and Loans Banks avevano in cassaforte una montagna di mutui trentennali che praticamente collezionavano polvere senza portare reali guadagni alle banche stesse. Il governo intervenne con una legge che consentiva alle casse di risparmio di vendere i mutui giacenti in cassaforte.
Così i “big” di Wall Street scesero in campo. Compravano i mutui dalle casse di risparmio, li combinavano come se fossero ingredienti di una torta e quando questa era pronta la rivendevano a fette come se fossero obbligazioni. Le casse di risparmio vendevano i vecchi mutui con uno sconto del 35% per avere capitale fresco da mettere in investimenti più lucrativi. E infatti si arrivò al 1982 con l’approvazione del “Garn-St.Germain Act”, grazie al quale si aprirono i mari ai pirati della finanza. Da quel momento infatti le casse di risparmio erano autorizzate ad emettere carte di credito e sopratutto potevano a quel punto fare qualsiasi tipo di prestito per qualsiasi finalità.
Il recinto era finalmente aperto e la festa iniziò. Le Savings and Loans Banks cominciarono a fare prestiti a destra e a sinistra, sopra e sotto, senza nessun controllo da parte delle autorità preposte e sopratutto senza preoccuparsi della solvibilità dei prestiti stessi. Esse cominciarono allora a finanziare tutto, acquisto di terreni, proprietà commerciali di tutti i tipi e soprattutto finanziamenti per la costruzione del nuovo simbolo del “made in USA” e cioè il “Mall”, lo spersonalizzato ed anonimo conglomerato di negozi al coperto che stava diventando il punto di riferimento della famiglia americana.
I finanziamenti si moltiplicarono esponenzialmente, tanto che nessuno si preoccupava dei prestiti che diventavano inesigibili dopo pochi mesi.
Le commissioni ricavate dai nuovi prestiti andavano a coprire parte delle perdite e in più il mercato immobiliare stava attraversando un periodo di prezzi artificialmente gonfiati, sopratutto in Texas, Arizona e Colorado.
Nel 1983 però Edwin Gray prese il posto di Dick Pratt al timone della Federal Home Loan Bank Board. Quello che gli si presentò agli occhi dopo un primo superficiale esame della situazione fu orrendo.
La catastrofe non poteva essere lontana ma sicuramente non c’era né il tempo né la volontà politica, essendo troppo forti le lobby bancarie, per potere fare retromarcia. Le Savings and Loans Banks cominciarono a cadere come uccelli morti fino all’8 Giugno 1988, quando una delle più grandi e famose, la Silverado di Denver, colò a picco portandosi dietro tante altre. Il costo per i contribuenti non fu mai esattamente quantificato, ma tutti sono concordi che si trattò di una cifra vicina ai 500 miliardi di dollari (valore dei primi anni novanta). Neil Bush, fratello di George W, era coinvolto nella vicenda Silverado, ma papà Bush senior aggiustò tutto. E così, mentre l’americano medio pagava, i lupi dopo la lauta festa si ritirarono nei loro rifugi dorati in attesa della prossima occasione.
La lezione era chiara. Dalla “deregulation” del governo Reagan era nata una vera e propria orgia di speculazioni, di profitti illeciti, un enorme saccheggio delle risorse del paese, il tutto nel nome della democrazia e del libero mercato. Si pensava che i nuovi governi fossero più attenti nel custodire il pollaio e invece il peggio doveva ancora arrivare.
Sì, perché negli anni novanta i lupi ritornarono più affamati di prima e più forti che mai. E questa volta scesero in campo i giocatori importanti, i grossi calibri, quelli capaci di decidere il risultato in una finale di campionato del mondo. Questi big decisero infatti che era giunto il momento di cancellare quel pezzo di legislazione comunista che andava sotto il nome di “Glass-Steagall Act del 1933”, che era stato uno dei piloni portanti del New Deal di Roosevelt per quanto riguardava la ristrutturazione del sistema finanziario americano picconato dalla crisi del 1929.
Questa legge in pratica proibiva qualsiasi interconnessione tra banche, agenzie di cambio e intermediazioni e compagnie di assicurazioni. In più separava nettamente i campi di pertinenza tra banche commerciali e banche d’investimento.
Negli anni novanta, a partire dalla fine del 1992, i democratici con Clinton erano al comando e nessuno pensava che un pezzo così importante di legislazione democratica potesse essere stravolta proprio da una amministrazione democratica.
Ma la mafia sa che si può fare “business” con qualsiasi governo, indipendentemente dalla sua colorazione politica, basta avere le giuste chiavi.
Solamente nel 1997 e nel 1998 le lobby di banche e assicurazioni spesero più di 300 milioni di dollari in contributi diretti ai partiti Democratico e Repubblicano nonché in contributi alle campagne elettorali di importanti deputati e senatori dei due partiti. Il 6 aprile del 1998 ci fu la prova generale e cioè la fusione tra Citibank, la più grande banca di New York, e Travelers Group, l’immensa compagnia di assicurazioni che controllava tra l’altro Salomon Smith Barney, la famosissima agenzia di intermediazione. Questo matrimonio era una chiara violazione della legge promulgata nel 1933 (la sunnominata Glass-Seagall Act) e ancora in vigore nel 1998.
Ma quando questa chiara violazione della legge fu fatta notare a Sandy Weill, presidente del nuovo gruppo Citigroup, egli rispose dicendo che col tempo la legislazione sarebbe cambiata e che lui in discussioni ad alto livello aveva avuto assicurazioni che non ci sarebbe stato alcun problema. E infatti nel 1999 avvenne quello che Sandy Weill aveva preannunciato. Il 22 Ottobre 1999 si attuò uno dei più grandi e meschini “inciuci” della storia parlamentare americana. Solo che in USA si chiama “bipartisan legislation”.
Con la totale approvazione democratica e repubblicana fu firmato il “Financial Services Modernization Act of 1999” che praticamente cancellava il “Glass-Steagall Act of 1933”.
Il «Wall Street Journal» gongolava nel dire che finalmente L’America si stava scrollando di dosso i fantasmi del 1929, ma quasi tutti gli addetti ai lavori sapevano che si stava iniziando un viaggio pericolosissimo, perché questo sconvolgimento delle regole stava creando una diabolica alleanza tra banche, compagnie di assicurazioni e le “madrasse” della pirateria finanziaria meglio conosciute come gli “stock market”.
Infatti la borsa non ubbidisce più alle leggi di domanda e offerta e non dipende dalle forze del libero mercato. Lo stock market è invece manovrato dagli sciacalli della finanza i quali hanno solamente l’interesse di rubare quanto più possibile e scaricare i cadaveri nelle mani del governo. E d’altra parte è anche giusto che deputati e senatori facciano la loro parte dato che in fin dei conti hanno intascato un mare di soldi dalle lobby per svendere gli interessi dei cittadini.
Il meccanismo messo in atto ultimamente è stato più meno lo stesso di quello attuato durante la crisi delle Savings and Loans Banks.
Le differenze ci sono ma non cambiano la sostanza dell’operazione, cioè la truffa.
Innanzi tutto l’impiego da parte di Wall Street di veri e propri matematici e ingegneri finanziari i quali hanno sfornato una serie di prodotti impossibili da decifrare, alieni a qualsiasi modello economico ma sopratutto così volatili nella loro messa in opera e nel loro legame con li mercati di borsa che praticamente sono incontrollabili anche da parte dei più esperti broker.
Seconda differenza è che questa truffa nata negli USA, ha generato una quantità di prodotti tossici così grande che i “Wallstreettini” hanno dovuto usare la componente G della truffa e cioè la Globalizzazione, per esportare quanti più rifiuti tossici possibili a tutti coloro che - sciacquandosi ogni mattina la bocca con le parole globalità e liberalizzazione - consapevolmente hanno accettato l’invito americano a truffare la gente onesta.
Ultima differenza comunque importantissima è la cifra. È chiaro che non sarà mai possibile quantificarla, ma è altrettanto chiaro che parliamo di numeri colossali, nell’ordine delle migliaia di miliardi di dollari. Il risultato finale è che i lupi sono scappati ancora una volta o continuano a viaggiare con i jet privati da un posto all’altro, mentre i governanti chiedono sacrifici a tutti per seppellire i morti e ripulire l’ambiente.
La classe operaia invece che andare in paradiso è già sprofondata all’inferno, mentre la borghesia sta annegando in un mare di debiti che prima o poi la sommergerà completamente, probabilmente prima della prossima truffa. " xxx
mercoledì 4 marzo 2009
Morti di fame - Licenziati

Dal Blog di Beppe Grillo, 03.03.2009.
" Qualcuno bussa alla porta. Tu apri e tutto cambia. Il licenziamento è arrivato anche per te. Non fai più parte degli Schiavi Moderni tenuti in vita da uno stipendio miserabile. E neppure dei candidati alle Morti Bianche che però hanno un lavoro. Ora sei un Morto di Fame. Hai diritto alla social card. Uno dei due, forse tre, nuovi milioni di disoccupati del 2009. xxx
Il momento del distacco, dell'uscita dalla fabbrica o dall'azienda è uno stato di trance. Il cervello galleggia, tutto è in discussione. Chi l'ha vissuto o lo vive sa che è come un piccolo infarto. Ti senti perso nel nulla e non sai cosa fare. Il giorno prima i cancelli della fabbrica erano aperti e parlavi con i tuoi compagni di politica o di calcio. L'azienda poi chiude, senza un perchè, senza avvisare nessuno. Ti trovi alle 6 del mattino di fronte ai cancelli con i tuoi colleghi e con i celerini. Poca conversazione, molte manganellate.
Se sei precario non hai protezioni. Se sei dipendente hai la cassa integrazione per qualche mese. Sei fuori dal sistema e questo lo capisci solo adesso. La disoccupazione è contagiosa. Se chiude una società, spesso chiudono anche i suoi fornitori. Se i disoccupati in un una zona aumentano, in quella zona chiudono negozi e supermercati. Il disoccupato, il Morto di Fame moderno, è un virus. Abita in un Paese governato dall'uomo più ricco, dai parlamentari più numerosi e più pagati, dalle pensioni a senatori e deputati dopo due anni e mezzo. In città è circondato da Suv, da evasori fiscali che frodano 250 miliardi di euro all'anno allo Stato, da dipendenti della criminalità organizzata, la prima azienda del Paese per fatturato. Lui non è un politico, un evasore, un criminale, per questo è disoccupato. E' vissuto in un mondo a parte in cui la parola onestà aveva un significato.
Vedo persone dignitose chiedere la carità nelle stazioni o premere le gettoniere dei telefoni nelle metropolitane. Una signora mi ha chiesto qualche euro, non mi ha riconosciuto, non sapeva di parlare con un genovese, belin. Mi ha detto che aveva fame. Non era extracomunitaria, clandestina, zingara, era italiana e senza un lavoro. Era una nuova Morta di Fame.
Il blog riceve ogni giorno storie di nuovi Morti di Fame, su come sono stati licenziati. Ho deciso di raccogliere le testimonianze in un libro che pubblicherò in formato digitale scaricabile gratuitamente dal blog.
Raccontate le vostre storie e lucidate i vostri zoccoli.
Loro non si arrenderanno mai (ma gli conviene?). Noi neppure. " xxx

